Mentre le barriere tra mainstream e musica indie si vanno da tempo sbriciolando, Lenny Kravitz resta, suo malgrado, uno di quegli artisti “divisivi”, capaci di tenere idealmente in vita una frontiera tra due universi solo all’apparenza contrapposti. Se infatti la sua carriera stellare lo ha reso uno dei beniamini delle classifiche e del grande pubblico, la critica più alternativa (o indiesnob) ha faticato a riconoscergli quella credibilità che meriterebbe da almeno 35 anni. Quasi come se la sua imperitura fama di sex-symbol ne minasse la credibilità, rendendolo la versione patinata e innocua di Prince, con il quale tra l’altro ebbe anche l’opportunità di esibirsi e suonare ai tempi del tour dell’album “Rave Un2 The Joy Fantastic” del genio di Minneapolis.
Poco male per lui, tutto sommato, dall’alto dei suoi oltre 40 milioni di album venduti in tutto il mondo e del suo record per il maggior numero di Grammy Award alla Miglior interpretazione vocale rock maschile - quattro consecutivi, con i brani: “Fly Away” (1999), “American Woman” (2000), “Again” (2001) e “Dig In” (2002). Il problema, più che altro, è per chi si è perso i momenti migliori del suo sfrontato crossover, che ha mescolato negli anni influenze black (funk, soul, blues, r’n’b) con profonde contaminazioni rock, di marca psichedelica, elettronica e hard. Un universo sfaccettato, in cui il soul e il funk di numi tutelari come Sly & The Family Stone, Curtis Mayfield e James Brown convivono con il rock di Jimi Hendrix e Led Zeppelin, il tutto mitigato da un'astuta sensibilità pop. Niente di rivoluzionario, intendiamoci, ma l’efficacia e la gradevolezza delle canzoni non sono quasi mai mancate all’appello nella produzione del buon Leonard Albert Kravitz, per gli amici Lenny, newyorkese classe 1964, che oltre a essere sempre stato un interprete coi fiocchi, suona anche chitarra, basso elettrico, batteria, pianoforte, armonica a bocca e sitar. E scusate se è poco.
Svolta digitale
Tra i suddetti momenti più ispirati della sua quasi quarantennale carriera, si colloca in bella evidenza il bestseller datato 1998, quinto capitolo di una discografia che fino ad allora aveva alternato fulminanti intuizioni a qualche passaggio a vuoto.
Quando "5" arriva nei negozi nel maggio del 1998, Lenny Kravitz è alla ricerca di una nuova rotta. Dopo un decennio di successi (soprattutto il debutto “Let Love Rule” del 1989 e il successivo “Mama Said” del 1991) alternati a incertezze, il musicista newyorkese si trova a un bivio: il precedente "Circus" (1995), infatti, aveva segnato un passo falso commerciale e la morte della madre, l’attrice Roxie Roker, l’aveva gettato nello sconforto, aprendo per lui una fase di profonda riflessione personale e, al tempo stesso, spingendolo a una nuova creatività. "Quando ho smesso di pensare e mi sono calmato, ho iniziato a svegliarmi nel cuore della notte con canzoni nella testa... Era come se mi venissero donate", ha raccontato.
"5" nasce dunque da questa fase di transizione, di maturazione individuale, approfondendo i temi del dolore, dell'amore e della crescita personale.
L’album viene registrato tra ottobre 1997 e febbraio 1998, inizialmente nello studio di Kravitz, i Ghetto Lounge Studios, situati in una rimessa per carrozze di New York. Una location peculiare che attirerà le visite di artisti come Madonna, Chris Rock, Bobby Brown, Marilyn Manson e Gwen Stefani durante le session. La seconda fase, invece, sarà curata da Kravitz ai Compass Point Studios, alle Bahamas, assieme all'ingegnere del suono Terry Manning.
Assistito da un drappello di provetti musicisti e sessionmen, l’artista newyorkese mette a punto un audace esperimento sonoro che tenta di coniugare il passato e il futuro: l’eredità vintage del rock e del soul con l’irruzione delle tecnologie digitali e del sampling. Si tratta, infatti del primo disco di Kravitz interamente registrato in digitale, attraverso Pro Tools. Una scelta che non impedì comunque al multistrumentista newyorkese di conservare la sua abitudine di suonare personalmente la maggior parte degli strumenti. Proprio su questo equilibrio tra innovazione tecnologica e autenticità si gioca la riuscita di un sound nuovo, contemporaneo, diverso da qualsiasi cosa Kravitz avesse mai concepito prima. “Io e il chitarrista Craig Ross iniziavamo con lui alla chitarra e io alla batteria... poi aggiungevo basso, voce, tastiere e orchestrazioni”, ha raccontato Lenny, che spesso preferiva affidarsi all'energia grezza delle prime incisioni, registrando voci e parti strumentali spontaneamente, per preservare l'istintività dell'esecuzione.
Da sempre polistrumentista e produttore di sé stesso, Kravitz continuò dunque a suonare la maggioranza delle parti - chitarre, basso, tastiere, batteria - ma per la prima volta si aprì a una dimensione sonora costruita su loop, sintetizzatori e campionamenti. "Abbiamo registrato l'intero album su ProTools – rivelerà Manning - non siamo mai passati al nastro, siamo rimasti semplicemente nel dominio digitale".
L’obiettivo, dunque, non era abbandonare il passato, bensì trasportarlo nel linguaggio del presente: “Ho usato più sintetizzatori in questo disco che in qualsiasi altro”, dichiarerà lo stesso Kravitz, consapevole di muoversi su un terreno nuovo.
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Un bestseller in 13 episodi
L’apertura, “Live”, è già una dichiarazione d’intenti nel solco di un sound vintage-futurista, sospeso tra i groovefunkanni 70 di marca Blaxploitation e l’elettronica, con i riff di chitarra, il basso sincopato di Jack Daley e la sezione fiati (con possente assolo di sax di Harold Todd) a dettare la linea. Su queste vibranti autostrade funky viaggiano veloci “Supersoulfighter”, con Angie Stone ai cori, sprazzi di clavinet e sequenze di drum machine, “Take Time”, numero istrionico alla Prince che le tastiere impregnano di aromi psichedelici su una ritmica pastosa, e lo strumentale “Straight Cold Player”, con Cindy Blackman alla batteria e una citazione di “Freedom Jazz Dance” di Eddie Harris (più sparsi rimandi all’istrionismo di James Brown).
Su più classiche coordinate soul-r’n’b virano la suadente “I Belong To You”, che si schiude melodiosa tra percussioni elettroniche, un basso pulsante e l’originale escamotage del piano giocattolo, e l’intensa ballad “Thinking Of You”, dedicata alla madre scomparsa, che riflette tutto il dolore e la maturazione personale del suo autore. È il vertice emotivo del disco, insieme all’altra, struggente immersione soul di “Little Girl’s Eyes” (per la figlia Zoë), delicatamente poggiata su strati di synth atmosferici e chitarre liquide, per assecondare un testo di disarmante dolcezza.
Sul versante più sperimentale si situa invece l’incalzante novelty elettronica di “Black Velveteen” tra voce filtrata, beat martellanti e scariche industrial rock, con una potente interpretazione di Kravitz. Ma non meno audace è il soul elettronico alla D’Angelo di “If You Can’t Say No”, dove emerge prepotente tutta la sensualità del cantante newyorkese, impegnato in un dialogo serrato con pianoforte e clavinet, punteggiato dalle pulsazioni della drum-machine.
Sintesi perfetta dell’ibrido soul-rock kravitziano, "Fly Away" farà collassare le classifiche con il suo implacabile riff di chitarra e una melodia contagiosa, amplificata dagli effetti vocali. Nata come ballata, venne tramutata in un serrato funky che valse a Kravitz il Grammy 1999 per la Best Male Rock Performance. Sulla stessa falsariga il funk-rock in odor di Blaxploitation di "It’s Your Life", tra fiati sintetici, wah-wah di chitarra e un basso ipnotico.
Il finale dell’edizione originale, con “You’re My Flavor” e “Can We Find A Reason?”, condensa la duplice natura del disco: da un lato l’energia rock più fisica e istintiva, dall’altro una dimensione più intima e spirituale, che richiama le radici acustiche degli esordi, con tanto di organo Hammond e cori gospel.
La ristampa del 1999 aggiungerà due ulteriori tasselli al successo dell’Lp: la cover di “American Woman” dei Guess Who, resa celebre anche dalla colonna sonora di "Austin Powers - La spia che ci provava", e la ballata “Without You”. Entrambe contribuiranno a rilanciare "5", portandolo nella Top 40 e aprendo la strada al trionfo commerciale del successivo "Greatest Hits".
Accolto con diffidenza all’epoca per via del suo suono più levigato e accattivante, come se si trattasse di lesa maestà verso i sacri numi del ryhthm’n’blues, “5” resterà il perfetto caleidoscopio dell’universo colorato e multiforme di Lenny Kravitz, oltre che una impeccabile raccolta di canzoni, cesellate con cura artigianale e interpretate magnificamente dal loro autore. Due meritati Grammy Awards provvederanno a rendere giustizia a questi 65 minuti di ottima musica e alla capacità dell’artista newyorkese di reinventarsi senza tradire la propria identità. Non sempre ci riuscirà ancora, ma più della discontinuità nella sua produzione, resterà inspiegabile la diffidenza nei suoi confronti, che in ampie fasce della critica perdura tuttora. Non è mai troppo tardi per rimetterla in discussione: If you can't say no, just think about.