Quando il manager dei Rolling Stones salvò De Gregori

18-10-2025

Il tramonto degli anni Settanta - il decennio formidabile e feroce, della fantasia al potere, ma anche della lotta politica, del terrorismo e delle stragi di stato - spingeva all’indagine, al consuntivo. Cosa restava dell’Italia antifascista, dei suoi valori fondanti e unificanti, dei suoi anticorpi democratici? Francesco De Gregori riuscirà a raccontarlo nel modo più temerario. Con una ballata a forte rischio di fraintendimenti. E che infatti sarebbe quasi sempre stata fraintesa. O tirata per la giacca. A sinistra e persino a destra.
Fu una canzone dalla gestazione tribolata, “Viva l’Italia”. Già l’idea di fondo era un azzardo – un titolo che poteva evocare suggestioni patriottarde e revansciste, proprio da parte di un cantautore storico della sinistra – figurarsi poi quella veste epica, popolare e un po’ naif, da passare al vaglio di un guru della storia del rock come Andrew Loog Oldham. A proposito: che ci faceva il manager che lanciò i Rolling Stones negli studi romani della Rca? Riavvolgiamo il nastro…

È il 1979, De Gregori è rinchiuso da settimane in sala con i suoi musicisti per registrare il nuovo album. Ma non riesce a cavare un ragno dal buco. Troppi fraintendimenti e discussioni. I pezzi ci sono, però non funzionano: sono fiacchi, senza nerbo. Lo riconosce anche Ennio Melis, il patron della Rca, considerato il “padre” dei cantautori italiani: per uscire dall’impasse, gli suggerisce il nome di quella sua vecchia, illustre conoscenza. De Gregori è entusiasta, ma anche perplesso: cosa c’entra un tipo come Andrew Loog Oldham col cantautorato italiano? “Avevo incontrato Oldham qui a Roma in maggio e si era deciso di lavorare insieme per il mio prossimo disco – racconterà il Principe - In un primo tempo il progetto era molto ambizioso: avrei dovuto addirittura registrare in varie parti degli Stati Uniti a seconda della sonorità o del genere musicale di ogni pezzo. Io pur essendo affascinato dalla proposta non ero troppo convinto, avevo un po' di paura a lavorare in America, paese che amo come turista ma non direi troppo per motivi professionali. Andrew si è accorto immediatamente di questo stato d'animo, e per la paura che potessi perdere la mia italianità, e soprattutto per paura che facessi la figura dell'emigrato, immagine che danno spesso i miei colleghi che vanno là, ha preferito dirottare il tutto a Roma". Vennero anche incise diverse tracce in inglese, su traduzione di Susan Duncan Smith, che aveva precedentemente collaborato con gli Oliver Onions dei fratelli De Angelis. L'idea venne però abbandonata e le tracce inglesi sono rimaste disponibili solo come bootleg.

Sarà proprio così quel gentleman inglese col suo seguito di musicisti leggendari (tra cui Mitch Mitchell, il batterista della Jimi Hendrix Experience, oltre a Phil Spencer – chitarre; Mike Neville – basso; Jerry Shirley – batterie; Tommy Eire – tastiere), tra una risata e una birra Peroni, a far quadrare il cerchio dell’intero album del 1979. "'Viva l'Italia' è il disco che mi è costato più fatica – ammetterà il cantautore romano - L'ho fatto e buttato via un paio di volte. Forse era una congiunzione astrale negativa o che so io: fatto sta che a casa ho uno scatolone pieno di nastri con gli arrangiamenti scartati di tutte queste canzoni. Poi venne Oldham portandosi appresso questa band mezza inglese e mezza americana e in un paio di settimane facemmo tutto il disco”.
E il brano più travagliato fu proprio quello che doveva dare il titolo all’intera raccolta. “Un pezzo come ‘Viva l’Italia’, ad esempio... Io dopo averlo scritto con quella melodia epica e quel riff quasi verdiano mi ero vergognato a registrarlo in quel modo – racconterà De Gregori in una intervista a Paolo Vites - Avevo cercato di nascondere quell’aspetto, che poi era la caratteristica del brano. Forse cercavo di farlo suonare un po’ più come una canzone rock, e chiaramente non poteva funzionare. Oldham invece esaltò proprio l’anima popolare di quella melodia, sentì quel riff e lo fece suonare dalle zampogne, che erano uno strumento folk per eccellenza, in qualche modo comune sia alla tradizione inglese che a quella italiana. Era l’uovo di Colombo che io non ero riuscito a far stare in piedi”.
Il risultato sarà uno degli indiscussi capolavori dell’intero canzoniere degregoriano. Una ballata maestosa e solenne, con quel soffio da brividi delle zampogne a intercalare la declamazione lenta, appena rifratta dall’eco, che si gonfia in un coro, con l’improvviso stacco blues e l’irruzione finale del sax di Lucio Dalla. Tanto è scarno il nucleo melodico della parte cantata quanto è epico ed esaltante l’arrangiamento della frase strumentale, ed è su questo magico contrasto che decolla il pezzo.



Il testo, costruito su versi spezzettati e folgoranti, passa in rassegna trent’anni di storia italiana: la Resistenza e la liberazione dal nazifascismo (“l’Italia liberata”), il malaffare e la speculazione seguiti al boom economico (“l’Italia derubata e colpita al cuore”, “l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento”), gli anni di piombo e l’eversione (“l’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura”), la strategia della tensione e la strage di Piazza Fontana del 1969 (“l’Italia del 12 dicembre”). Ne scaturisce un ritratto in chiaroscuro, del paese “metà giardino e metà galera”, attraverso una sequenza anaforica e allegorica giocata sempre sull’antitesi, sulla bivalenza. Tra commiserazione e distacco, nostalgia e rabbia, ironia e scatti d’orgoglio. C’è la dimensione della spensierata innocenza che fu (la piccola Italia “del valzer” e “del caffè”), quella dell’abbandono (“l’Italia dimenticata”) ma anche di una rimozione necessaria (“l’Italia da dimenticare”), l’anima sana, popolare (“l’Italia che lavora, l’Italia che si dispera e l’Italia che si innamora”) e quella sciagurata e credulona (“l’Italia metà dovere e metà fortuna”). Ma l’ultima strofa, riportando a galla proprio una delle pagine più tragiche della notte della Repubblica, attenua d’un tratto le zone d’ombra, lasciando affiorare nell’amarezza una speranza di rinascita:

Viva l’Italia
l’Italia del 12 dicembre
l’Italia con le bandiere
l’Italia nuda come sempre
l’Italia con gli occhi aperti nella notte triste
viva l’Italia
l’Italia che resiste

È qui la sequenza da groppo in gola e forse proprio il cuore concettuale del brano. “C’era il terrorismo in quegli anni, ma la canzone riflette il periodo tremendo degli anni Settanta – spiegherà De Gregori molti anni dopo – Nelle mie intenzioni non era un inno ma un tributo a un paese che aveva dimostrato comunque di avere degli anticorpi per reagire a tutto questo. Quindi un paese amato. Ora continuo sicuramente ad amare questo paese, forse ho meno fiducia nei suoi anticorpi. Viva l’Italia anche allora suonava un po’ strano. [...] Il nazionalismo era legato alla cultura di destra, e quindi il fatto che io, che appartengo a un altro filone, facessi Viva l’Italia poteva suonare ironico, però in realtà era un atto d’amore per questo paese. Io pensavo a quest’Italia che scendeva in piazza a opporsi a chi invece questa Italia la voleva chiudere dentro le case. Penso alle manifestazioni dopo le stragi, dopo le bombe come Piazza Fontana”10. Senza considerare il fatto che “Viva l’Italia” era sempre l’ultimo saluto nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Un inno schierato, insomma.

Epperò paradossalmente in “Viva l’Italia” troveranno tutti qualcosa da apprezzare. Se ne innamorerà Bettino Craxi che, dopo averla cantata accompagnato alla chitarra dallo stesso De Gregori in una singolare serata a casa di Lucio Dalla, cercherà di trasformarla nella colonna sonora della successiva campagna elettorale del Partito socialista (finendo amichevolmente bloccato dall’entourage del cantautore romano). Poi tenterà di appropriarsene, con ineffabile sfacciataggine, il Msi post-fascista (e qui si finirà direttamente dal giudice). Diventerà perfino uno slogan ante-litteram contro il secessionismo leghista per via di un verso (“Viva l’Italia, l’Italia tutta intera”), nato in realtà soltanto per fare una rima. E se ne impossesseranno naturalmente innumerevoli assise della sinistra comunista e post-comunista. Ma in realtà una sola volta De Gregori concederà il diritto di utilizzo del brano: in occasione del referendum del 25 e 26 giugno 2006, per sostenere le ragioni del No in difesa della Costituzione del 1948.
Il destino di manipolazione, però, non si arresterà. E si capisce, allora, perché diversi anni dopo De Gregori dirà che “Viva l’Italia” continua ad apparire “nuova” solo perché il paese non è cambiato in meglio.

Francesco De Gregori su OndaRock

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