Pochi brani hanno saputo sintetizzare lo spirito più intimo e profondo degli anni 80 come “Heartbeat City”. Uno sguardo metropolitano soffuso e melanconico che chiudeva l’album di maggior successo dei Cars e, forse, un’epoca intera, avvolta per sempre nel suo battito misterioso, alienante, sì, ma anche vitale, febbrile. Con quell’enigma del testo ad aggiungere ulteriore fascino a un brano magnetico, rapinoso. Uno di quelli che potrebbero durare all’infinito. Fu scelto solo come sesto singolo con, tra l'altro, un eccellente lato B come "Why Can't I Have You", eppure rimase il pezzo per antonomasia di un album divenuto rapidamente una pietra miliare del decennio. Ma riavvolgiamo il nastro (della musicassetta, of course, trattandosi del 1984) per cercare di penetrare nelle maglie di questo spiazzante epilogo di un album che, fino a quel momento, era un’illuminante dimostrazione di scienza applicata del pop-rock.
Panorama metropolitano
Il caos urbano, i ritmi frenetici e disordinati di una metropoli. Una qualsiasi di quel Nord America che nel 1984 si prepara a benedire gli attesi giochi olimpici di Los Angeles. Un Panorama sorridente ma teso, malato, ma anche very cool, come un bel Martini ghiacciato da degustare con sventolona bionda a fianco. E poi quelle spalline, quasi una corazza ideale, utile ad apparire più forti. Intellettuale avvezzo al consumo usa e getta, artista postmoderno che non rifiuta l'avanguardia, ma gli preferisce le classifiche, Ric Ocasek è un nuovo prototipo di yuppie, che si muove nostalgico tra le difficoltà dell'era contemporanea. Con i suoi quattro amici, sotto la sigla The Cars, ha sperimentato in poco più di un lustro l'aggiornamento dei canoni pop-rock anni 50, infarcendoli di tentazioni glam, di ritmi disco, di allusioni new wave. Un canzoniere smart, a volte caricaturale, ma sempre con un'aurea drammatica dietro le fragili spalle. È un artista tout court, Ric, un discepolo warholiano, neanche uno dei tanti per via del solito carisma che fa la differenza. E dopo una serie di copertine dal sorriso equivoco e una puntata solista che sa tanto di warm-up, eccolo con i suoi compagni di giochi puntare al bersaglio grosso: ovvero, fargliela vedere a quelli della British invasion, ma anche al Re Mida Michael Jackson.
“Heartbeat City”, quinto album dei Cars rappresenta il definitivo approdo dei Bostoniani alla formula synth-pop, un suono plastico che può e deve piacere a tutti, ma senza dimenticare le armi che hanno reso caratteristico il marchio nei precedenti cinque anni. Non un semplice contenitore di canzoni, dieci per la precisione, ma un vero e proprio status-symbol, un oggetto da esibire con orgoglio durante un party o un incontro romantico, o una cena d'affari. Buono per tutte le stagioni e per tutti i mestieri. Ocasek chiama a raccolta l'ormai celeberrimo Robert John Lange, Mutt per gli amici, artefice dell'esplosione mondiale degli Ac/Dc, di fatto sesto Def Leppard con i quali ha scompigliato le chart americane del 1983 grazie a "Phyromania", clamoroso tentativo, riuscito, di unire l'heavy-metal al pop con l'aiuto di campionamenti e di una produzione deluxe. C'è chi applaude e chi storce il naso, tipiche reazioni cui devono sottostare gli artigiani di professione. Ma Ric ha dalla sua un'aria intellettualoide che gli conferisce una marcia in più.
Tutto è a posto, in “Heartbeat City”. Un bell'album, funzionale, intelligente, intonato, da gustarsi in auto, da centellinare in discoteca, da utilizzare come sveglia mattutina. Se non fosse che l'ultimo, omonimo brano, manda all'aria tutto: il 1984, l'industria, il pop tutto. Un nuovo traguardo raggiunto dalle sette note, ballata ansimante, misteriosa metropolitana, poetica e allegorica. Canzone dove anche la tipica chiave interpretativa di Ocasek, sincopata e nevrastenica, cambia registro, diviene morbida, pacificata, sedata.
Dall’alba al tramonto
Si parte con un tuono che squarcia l'orizzonte, mentre sottili brezze sintetiche soffiano in lontananza: sinistri synth industriali, ai quali si unisce presto una linea di chitarra pulsante e riverberata. Il suono poi si espande con un potente, ipnotico drumming, assecondato da una linea di basso martellante, da splendide note di chitarra tintinnanti e da strati di synth atmosferici, mentre quella linea di chitarra pulsante continua a percorrere l’intero brano. È proprio il sottofondo, il corredo armonico melodico a stupire: un'architettura prevalentemente elettronica, gestita a livello rumoristico dal sapiente uso del Fairlight, inedito macchinario digitale, capace di campionare e riprodurre una miriade di suoni, di dipingere paesaggi caldi, bollenti e, un attimo dopo, gelidi, paurosi. Tutto contribuisce a creare un paesaggio sonoro incantevole per la voce inconfondibile di Ric Ocasek.
Chi è la Jacki che sconfigge la frenesia cittadina, che accende le luci della notte metropolitana, che rende il sole dorato, che si fa casa per i più bisognosi, che quando non c'è manca fino a starci male? “I’m glad you made it. I can’t complain. I missed you so badly when you jumped that train. Oh Jacki, what took you so long, on just a holiday. I thought you knew the way”. Il fantasma tossico dei Velvet Underground ritorna a farsi sentire: secondo un'accreditata interpretazione, il brano narra di un amico di Ric morto per overdose, con tanto di citazione della “Heroin” di Lou Reed e compagni nella frase "It’s my life". Anche la voce di Ocasek, volutamente distaccata e asciutta, è quasi un recitato reediano: come un osservatore, si immerge nel frastuono urbano, svelandone battiti, luci ed emozioni "under Heartbeat City's golden sun", mentre cori soffusi, tocchi deliziosi alle corde della chitarra e girotondi di synth l’assecondano in un’atmosfera sempre più sfumata, irresistibilmente malinconica. La produzione lascia respirare i suoni, esplorando riverberi e mutamenti timbrici anziché cercare riff aggressivi o assoli estesi.
Un commiato ipnotico, un paesaggio impressionista, in cui la città si fa luogo interiore, battito cardiaco, per l’appunto. Cinque minuti dove il pop diviene ambient, con discreti fiati sintetici a fare capolino, a riempire orchestralmente gli spazi. Un incubo che diventa paradiso, nell'incertezza del domani. È il traguardo definitivo dei Carse di Ocasek stesso. Quando si spengono gli ultimi fuochi, quando il cuore della città smette di battere e cala la notte, ogni cosa svanisce, come in una favola. Per sempre.
Oh Heartbeat City, here we come And happy days count on thumbs And nothin' really gets us down As long as Jacki's back in town I'm glad you made it I can't complain Oh Jacki, what took you so long? On just a holiday Oh Jacki, what took you so long? I thought you knew the way? (Heartbeat City) The noise electric, never stops And all you need is what you got And there's a place for everyone Under Heartbeat City's golden sun (Jacki) Oh Jacki (What took you so long) What took you so long On just a holiday Oh Jacki (What took you so long) What took you so long (So long) I thought you knew the way Oh, yeah yeah yeah You know I'm glad you made it I can't complain I missed you so badly When you jumped that train (Jacki) Oh Jacki (What took you so long) What took you so long On just a holiday Oh Jacki (What took you so long) What took you so long (So long) (I thought you knew the way) I thought you knew the way (Heartbeat City) Oh Heartbeat City, lights at night (Heartbeat City) It's getting closer, out of sight (Heartbeat City) Heartbeat City's on the loose (Heartbeat City) Better catch the blue caboose Oh, huh, Heartbeat City It's my life (Heartbeat City) (Heartbeat City) (Heartbeat City)
In memoria di Richard Theodore Otcasek, "Ric Ocasek" (Baltimora, 23 marzo 1944 – New York, 15 settembre 2019)