È un personaggio dalle molte sfaccettature, Faten Kanaan, un’artista la cui attitudine culturale va di pari passo con la propria natura errante: nata in Germania, di origine siriane/palestinesi/giordane, per molti anni di base a New York, e recentemente trasferitasi ad Amman in Giordania.
Con il sesto album “Diary Of A Candle”, Faten Kanaan mette ancora una volta la propria sensibilità artistica cosmopolita al servizio di un raffinato melange di elettronica e minimalismo, con un arazzo di note delicate e intrise di un arcaico romanticismo. Opera dai tratti sobri e pastorali, “Diary Of A Candle” segna il passaggio dell’artista dall’estenuante routine newyorkese alla tranquillità della casa in Giordania, dove si è trasferita con il fedele gatto.
Archi e fiati filtrati da sintetizzatori vintage, un pianoforte elettrico e una chitarra acustica: sono questi gli strumenti di una insolita, immaginaria orchestra baroque-minimal, un alternarsi di mistero e magia in cui la natura è l’unica vera protagonista di brani tanto brevi (solo uno supera i tre minuti) quanto ricchi di suggestioni.
“Diary Of A Candle” è dichiaratamente ispirato dalla tradizione musicale dell’Asia Orientale e in particolare dall’album del 1982 di Hiroshi Yoshimura “Music For Nine Post Cards” (“Tsukumogami (Sensu)”), ma è anche l’album più intimo e meno avventuroso della compositrice.
Faten Kanaan cattura il respiro flebile del vento nell’evocativa “Sondol Baram”, conduce l’ascoltatore per mano in luoghi antichi e dimenticati con rarefatti paesaggi strumentali (“Afternoon”, “Celadon”). Anche le tracce più impetuose sono stemperate da avvolgenti stratificazioni quasi new age (“Supercore”).
La brevità delle composizioni a volte stempera la fluidità dell’album, non è un caso che le tracce più lunghe, “Alcoyana-Capri” e “Book Of Changes”, siano anche le più riuscite, ma il mix di sonorità acustiche ed elettroniche di “Diary Of A Candle” è frutto di una sapiente sintesi di antico e moderno che non lascia indifferenti.
02/11/2025