Una strada inondata di sole, l’erba che accarezza la pelle, lo scorrere di un ruscello. Attimi di bellezza inaspettata, sempre pronti ad apparire dietro l’angolo nelle canzoni dei Mostar Diving Club. “La bellezza è spontanea, risplende improvvisa dove non ti aspetti”, sostiene Mircea Cartarescu, e le parole dello scrittore rumeno sembrano fatte apposta per descrivere la musica di Damian Katkhuda: “La poesia appartiene all’istante, gratuita e inspiegabile. La sua essenza è la rêverie”.
Lo sguardo sognante dei Mostar Diving Club ci accompagna ormai da più di quindici anni, inconfondibile fin dall’estetica delle copertine, ma ogni volta l’incanto si rinnova come se non fosse passato nemmeno un giorno. La scrittura di Katkhuda si è fatta più intima nel tempo, meno ingenua forse, e anche il suo ultimo nato, “Beautiful Forever”, torna a sfiorare le corde più profonde, come già il precedente “Glass Monkey”.
Un tintinnio cristallino, un arpeggio, poi un refolo di fiati. Fin dalle prime note di “Looks Like Betty” è a un Mark Linkous pacificato che viene subito da pensare, a dei Misophone votati alla semplicità. Katkhuda offre il suo campionario di malinconie assortite con un sorriso che non si arrende mai all’oscurità del mondo, dall’invito a indugiare sulle cose di “Where The Birds Sing” fino alla sapienza umile di “Everyday Aviator”: “If you’re looking at the world with open eyes/ You’ll learn your lessons well”.
Il gioco delle tastiere e della singing saw allestisce una giostrina fantasmatica sulle note di “Apples”, mentre il valzer crepuscolare di “Into The Half Light” increspa appena il dipanarsi placido del disco. La leggerezza fa capolino in maniera più discreta che in passato (gli archi eelsiani di “Baby’s Coming Home”, la ferrovia verso la terra promessa di “South Bound Train”), assecondando la vocazione di Katkhuda per il folk-pop più cameristico.
All’ombra gentile di Nick Drake, in “Garden Full Of Angels” sboccia una preghiera accorata, che sembra voler compendiare in sé l’invocazione a quella bellezza del per sempre che ispira il titolo dell’album. Il pianoforte trapunta la melodia, il fremito delle percussioni si fa più vibrante, in cerca di un conforto e di una liberazione.
Ripetere che la bellezza salverà il mondo, oggi, suona quasi provocatorio: significano ancora qualcosa le parole di Dostoevskij, quelle parole ormai abusate, mentre intorno a noi il senso stesso dell’umano sembra dissolversi? Eppure, la ninnananna di “River To The Sea”, posta a suggello del disco, dà voce a quelli a cui è stata tolta ogni speranza, a quelli che sono stati schiacciati dalla storia, agli oppressi del nostro presente. E ci sfida a credere ancora nella forza insopprimibile dell’umano nell’uomo: “You can break my broken body/ You’ll just set my spirit free/ You can crush me like a flower/ But my roots are still in the ground/ You can build your walls around me/ I’ll get taller, tear them down”.