Dopo un succulento assaggio risalente al 2022 (“Strange And Eternal”), questo duo proveniente dal New Jersey debutta sulla lunga distanza con un disco doom alquanto originale, frutto di un background di matrice dark-folk (gli Oldest Sea nascono come progetto solista della vocalist Samantha Marandola, precedentemente impegnata in composizioni più intime e delicate). Oggi, al contrario, sia lei che suo marito Andrew hanno messo a fuoco una formula da loro definita ethereal heaviness, probabilmente folgorati dall’ascolto di (una certa) Chelsea Wolfe, di King Woman o di altre tenebrose sacerdotesse capaci di accostare la forza prorompente delle chitarre a un approccio southern gothic.
“A Birdsong, A Ghost” può contare su cinque tracce decisamente lunghe, se escludiamo un breve ma suggestivo intermezzo (“Astronomical Twilight”). Spesso i brani partono in maniera soffusa, quasi onirica, per poi evolversi nella materia sonora più terrena, tracciando una scia a tratti travolgente: è il caso del primo singolo “Sacred Destruction”, un passaggio magnetico da cui emerge tutta la carica funerea e rituale degli Oldest Sea. Il lamento di Samantha ben si sposa con le atmosfere strazianti di “Untracing” o con l’andamento catacombale della conclusiva “Metamorphose”, una ferita che sanguina tra le immense distese di un’America selvaggia, arcana e ancora legata alle tradizioni rurali (la copertina del disco fotografa a dovere gli umori presenti all’interno del lavoro).
Quello intrapreso dagli Oldest Sea è un percorso che può regalarci enormi soddisfazioni, considerando il valore già squisito di un album senza dubbio ammaliante, purtroppo al momento di non facile reperibilità (negli States sono state stampate soltanto duecento copie in vinile). Ma noi sappiamo aspettare, perché la buona musica rimane scolpita anche dopo tanto tempo.