In una realtà parallela, Vegas Jones è diventato il trapper più famoso d’Italia e Sfera Ebbasta è rimasto un nome per gli appassionati, magari anche con qualche successo all’attivo ma comunque incastrato in una celebrità minore. Matteo Privitera, questo il vero nome, viene anche lui da Cinisello Balsamo. Ha un flow veloce e nel tempo affina la tecnica, facendosi conoscere su YouTube già dal 2015 e poi coltivando il suo pubblico fino all’album d’esordio “Bellaria” (2018), disco di platino trainato dal singolo “Malibu” (triplo platino). La sua trap melodica ma sorretta da una buona padronanza delle rime avrebbe potuto serenamente occupare il mainstream negli ultimi anni ma, forse anche a causa della rivalità con Sfera Ebbasta, la sua stella si è velocemente eclissata. Più tecnico e meno melodico del suo celebrato antagonista, Vegas Jones ha intercettato il momento d’oro della nostra trap ma non è riuscito a rimanere in sella. Ritorna adesso, dopo quattro anni dal deludente “La bella musica” (2019), con il titolo “Jones” che sembra suggerire un nuovo inizio, un secondo esordio.
Il racconto della propria “Evoluzione”, come recita l’opener, divide il brano in tre parti e stili, a rimarcare la capacità di stare sui beat. A questo inizio ambizioso segue però una sequenza di canzoni che suonano attempate e poco originali, sia sul fronte della pop-trap malinconica (“Sole nel blocco”, “Ultimo ballo”, “Una chance”) quanto su quello più r’n’b (“Fragile”).
La scena si è affollata così tanto negli ultimi anni che è facile individuare in alcuni brani lo stile già praticato da altri, come il pezzo di trap esplicita e americaneggiante da Mambolosco di “500 bianca” o quello di pop patetico da Mr. Rain (“Piccola stella”).
I momenti più pop, potenzialmente adatti al successo presso un pubblico più trasversale, sono “Cry Me A River”, con il campionamento rallentato di “Kids“, e la curiosa interpolazione con la sigla di Dragon Ball Z di “Il mio dawg”, con tanto di comparsata di Giorgio Vanni: è il brano più divertente, a prenderlo come una (involontaria) parodia.
Le tante collaborazioni non fanno quasi mai la differenza, con “Da solo” che grazie a Nitro e Nayt si distingue per alcune delle barre più convincenti di un album che, sul fronte dei testi, affoga spesso nelle banalità.
Dopo quattro anni dall’ultimo album è lecito aspettarsi di più di quest’insalata di declinazioni del pop-rap. La conclusiva “Chianti classico” accelera il flow, suggerendo che per il rapper ci sia ancora tanto da dire, ma l’ennesimo ego-trip malinconico suona, anche questo, come un buco nell’acqua.
21/07/2023