Ho avuto occasione di conoscere Martino Adriani diversi anni fa. Apriva con un breve set uno di quegli spettacoli di Cristiano Godano nei quali il leader dei Marlene Kuntz alterna brani acustici a lunghe chiacchierate con il pubblico. Martino da allora l’ho osservato crescere, anno dopo anno, disco dopo disco: “Occhi” è il suo terzo album in sei anni, che certifica un percorso di continua maturazione. Le sue canzoni rappresentano una forma di cantautorato che da un lato preserva una scanzonata radice indie-pop e dall’altro mostra l’autenticità di un songwriting impegnato, che non intende abbandonare quel retrogusto ironico che costituisce da sempre il suo elemento distintivo.
Occhi che osservano luoghi, che piangono lacrime, che cercano contatti, che mostrano sentimenti, che seguono i movimenti delle mani; a unire tutto c’è sempre un sottile filo di malinconia che mai abbandona l’autore cilentano. Grintoso e irriverente, Adriani dimostra di saperci fare sia con le atmosfere acustiche, sia quando - purtroppo più raramente - lascia spazio alle chitarre elettriche, come avviene in “Serotonina”, uno dei brani più riusciti del disco. L’amore resta il tema più gettonato, questa volta affiancato da quello del viaggio.
Martino unisce la giocosità di Daniele Silvestri e il citazionismo colto di Francesco Bianconi, racchiudendoli in un formato canzone sempre attento alla melodia e arricchito da ritornelli canticchiabili. Un romantico che osserva il mondo e ce lo racconta, in undici spicchi di quotidianità composti con un di gin tonic sul tavolino, fra una chitarra e un pianoforte. Un songwriter atipico (lui stesso si auto-definisce post-cantautore) alla costante ricerca di soluzioni semplici ma raffinate. Guardandoci sempre dritti negli occhi.