Il volto di Maya Hawke sta diventando familiare a molte persone, specialmente in America. Che si tratti di prestare la sua immagine per pubblicizzare noti marchi, combattere contro i mostri nelle imprese da attrice o prendere parte attiva nella lotta per i diritti civili, la figlia di Uma Thurman sta consolidando una promettente carriera d’artista.
L’ambizione di Maya adesso è di far affezionare il pubblico anche alla sua voce. Le tredici tracce che compogono il suo secondo lavoro, “Moss”, sembrano costruite appositamente per fare risaltare il fascino delicato del suo particolare modo di cantare. Rispetto all’album di esordio, decide di mettere da parte la spavalderia rock e le incursioni nel soul in favore di uno stile sobrio e minimale. Il risultato è un’opera pop folk intima e confortante.
Indubbiamente in fase di scrittura una fonte di ispirazione importante è stato "Folklore" di Taylor Swift, di cui Hawke si è sempre detta ammiratrice. Non a caso, ha deciso di incidere il nuovo album nei medesimi studi di registrazione che hanno visto la genesi del fortunato lavoro della collega. Inoltre, fra i credits figura anche Jonathan Low, che per il suo contributo all’ingegneria del suono in quell’opera ha conseguito un Grammy Award. Da questo punto di vista nelle tracce di Moss è possibile ravvisare alcune direttrici musicali comuni: l’approccio intimista, il suono pulito e limpido e l’impianto musicale minimalista (spesso ridotto solo a voce, chitarra e piano).
In “Therese”, singolo che ha anticipato l’uscita dell’album, il suono diventa a tratti aspro e tormentato, a tratti etereo e indefinito. I differenti strati sonori sembrano rievocare parzialmente il fascino ambiguo e spigoloso di "Punisher" di Phoebe Bridgers. Nel video, ispirato al lavoro del celebre fotografo Kohei Yoshiyuki, moltitudini di corpi si avvilluppano nei meandri di una foresta. Una chitarra elettrica graffiante irrompe nell’oscurità e si affianca al ripetere ossessivo del verso “It's just Thérèse”, riferito al quadro di Balthus che una petizione popolare voleva rimuovere dal Metropolitan Museum di New York perché ritenuto osceno.
Non sempre Hawke riesce a mantenere la stessa intensità in tutto l’album. Seppur ariosi e solari, i motivetti di alcune canzoni come “Backup Plan”, “Bloomed Into The Blue” o “Sticky Little Words" appaiono penalizzati dai testi alquanto grossolani. Da questo punto di vista, risulta più credibile in “Sweet Tooth”, in cui rinuncia a spiegarsi troppo lasciando che l’ascoltatore si concentri sull’orecchiabile ritornello.
A livello sonoro, "Moss" appare coerente e compatto ma l’insistere su alcune strutture sonore conferisce una certa staticità al lavoro complessivo e può rivelarsi tedioso ascoltare l’intero album tutto di un fiato. Ad ogni modo, l’arrangiamento complessivo è sontuoso e la voce di Hawke adorabile. Quando decide di alzare il ritmo in “South Elroy”, con i suoi sprazzi di chitarra elettrica e la deliziosa melodia del piano, si spera solo che la sua carriera di attrice non la distolga troppo dal personalissimo sentiero che sta percorrendo nel mondo della musica.