Venticinque anni di carriera e non sentirli. Anzi, piuttosto rincarare la dose, non sia mai che lo
status di più grande diva del j-pop non sia sufficiente. Nel suo lungo percorso in musica,
Hikaru Utada ha ripetutamente cambiato
sound, lingua e attitudine, spiazzando ogni pronostico e confermandosi, anche nei momenti meno felici, artista comunque in pieno controllo di ogni decisione. Quasi una
summa, un incrocio delle varie direttrici che la musicista ha adottato negli anni (r&b, electropop, la filigrana jazz degli ultimi progetti), con “Bad Mode”, suo primo album bilingue, la popstar dei record traccia la sua opera più sofisticata, un affresco sonoro dal grande slancio lirico e di sicuro impatto sonoro, che mostra tutta la sensibilità e la vitalità di una quasi quarantenne ben salda tra passato e presente. Dopo la tripletta di eccellenze tra il 2002 e il 2006, riemergere con una simile forma è a prescindere un fatto straordinario.
Altrettanto straordinario, se si considera l'eterogeneità lessicale, è il battaglione di co-produttori scelti per dirigere l'intera operazione. Se è chiaro come il
mood generale, l'assolata qualità ballabile di tanti dei brani, sia pienamente ascrivibile a Utada stessa (da sempre artefice pressoché esclusiva della propria musica), nondimeno personalità come
Floating Points,
A.G. Cook e
Skrillex forniscono un contributo di assoluto peso nel creare lo stratificato vocabolario sonoro, che assieme alla scelta del bilinguismo puntano mai come adesso a un'effettiva internazionalità.
Nessuna compartimentalizzazione, insomma, piuttosto il magnetismo di una star innamorata della sua musica, troppo matura e consapevole per prendere decisioni avventate. Tutto si compatta con estrema naturalezza, il tocco variegato ma ben presente a se stesso del capolavoro “Deep River” qui trova vent'anni dopo il suo perfetto successore, virato verso un'attitudine ancora più
jazzy. Per superare il
bad mode, perdere un pizzico di controllo era forse quanto necessario.
Spaziature house, reminiscenti del miglior Moodymann, circoscrivono il
beat di “Find Love”, prima che un cambio di traiettoria spinga la seconda metà verso più torbide atmosfere
downtempo. E così “Face My Fears” trae forza dai
drop di Skrillex per tirare fuori uno dei momenti più inattesi della raccolta, grintoso melodismo r&b steso sopra vibranti progressioni
brostep, tra i momenti più aspri nella carriera di Utada. Un
outlier? Possibile, ma in un disco così vasto nei paesaggi sonori ogni brano trova la propria collocazione, grazie anche al profondo senso introspettivo di testi e linee canore su cui il ricco bagaglio sonoro aderisce come un guanto.
I tre momenti co-prodotti con Sam Shepherd non potrebbero esplicitarlo meglio: da una
title track che apre le danze col tenore di una piovosa
jazztronica tutta
groove e ombreggiature
progressive in fascia
cero, si passa ai sentori umbratili di “Not In The Mood”, scansioni
bristoliane e lirismo schivo, un'epopea in minore che neanche la tenerezza vocale del figlio di Utada riesce ad addolcire tutto. Vera star dell'album, “Somewhere Near Marseilles” si estende nei suoi dodici minuti scarsi con tutto il
savoir-faire necessario, progressione dal fuoco Idm che si contorce e si ricompatta in purissimo stile Eglo, brano che già in sé contiene i crismi per diventare uno dei classici assoluti nel repertorio della musicista.
Nel mezzo una “One Last Kiss”, accompagnamento per il capitolo cinematografico conclusivo di “Neon Genesis Evangelion”, lucida il tastierismo scintillante di “
Ultra Blue” con le astrazioni puntiniste di A.G.Cook, un mix che permette di considerare un'evoluzione sonora che mancava all'appello dai tempi dell'incompreso “
Exodus”. E se quest'ultimo fu il tentativo, forse prematuro, di sbancare in un'America per niente propensa ad accogliere musicisti dall'Oriente, con “Bad Mode” le chance, quantomeno a livello indie, potrebbero adesso amplificarsi a dismisura.
Più solida che mai, anche nell'affrontare le difficoltà e i dubbi di un quadriennio a tinte fosche, Utada è la più grande garanzia del
j-pop tutto. Venticinque anni dopo l'esordio a nome Cubic U, la freschezza di tratto è più tangibile che mai.