C'è qualcosa nelle interpretazioni di Daniel Land, nel suo timbro struggente e delicato, che ti chiama a sé, che esige tutta la tua attenzione, al punto da assorbirti totalmente nelle sue dolorose narrazioni, da farle diventare nel mentre parte integrante di te. In un genere come il dream-pop, che nel corso dell'ultimo decennio ha dato prova sia di assoluta grandezza che di notevole ridondanza, è nelle piccole-grandi sfumature che gli interpreti più convincenti del settore danno vera dimostrazione delle proprie qualità; da questo punto di vista, il musicista britannico non ha davvero niente da invidiare a nessuno.
Da tempo affrancatosi dai suoi Modern Painters, l'esperto autore giunge con “The Dream Of The Red Sails” al quarto capitolo della sua avventura solista, in un disco che segna il ritorno all'onirismo pronunciato delle prime pubblicazioni, come anche a un'emotività senza confini, amplificata dai tratti autobiografici dei testi. Anima soul imbrigliata in gentili muri di suono e nostalgici fraseggi di chitarra, con il nuovo ciclo di canzoni Land mostra ancora una volta finezza melodica e sensibilità espressiva, dando nuovo lustro a un immaginario estetico sì vintagista, non per questo privo di un suo specifico fascino.
Profondamente immerse nella biografia, recente e remota, del suo autore, le canzoni dell'album riflettono gli eventi, le preoccupazioni e le esperienze dallo stesso vissute, in un inquadramento più generale informato dalla Brexit e dagli Stati Uniti della reggenza Trump. L'inevitabile ansia legata a condizioni di salute tutt'altro che certe, la nostalgia per vecchie conoscenze lasciate andare via, la scomparsa di vecchi affetti, rimpianti e la solitudine che ti avvolge in un paese straniero: nell'avvicendarsi degli undici brani, Land ripercorre presente e passato senza mai indorare la pillola, assestando i dovuti cazzotti là dove è necessario.
Nessuna dolcezza lirica, nessun flebile vocalizzo etereo: a sottintendere alla gentilezza delle linee melodiche e alla bellezza avvolgente delle tessiture atmosferiche (eccellenti i contributi di tastiera) si celano per l'appunto testi amari, spesso durissimi, che operano in un armonioso contrasto con le scelte estetiche dell'album. Così, mentre il canto del musicista porta alla memoria la peculiare ricercatezza di pezzi da novanta quali
Green Gartside e
Kevin Rowland, l'universo sonoro in cui si agitano le sue confessioni pesca tanto dal candore dilatato dei
Cocteau Twins quanto dallo shoegaze più vellutato (quello di
Pale Saints e
Lush), acuendo il trasporto inquieto dei brani.
Immersa nel tepore di arrangiamenti docili, sfumati come il passaggio delle stagioni (a cui lo stesso autore fa ripetutamente riferimento), la penna di Land fluttua pensosa, del tutto cosciente però della sua considerevole facilità melodica, del suo tratto, capace di fornire nerbo e intimità del tutto rinnovate a un genere spesso e volentieri fin troppo ricorrente al cliché. Scovata la sua nicchia espressiva prediletta, il musicista inglese la abita con la pienezza dei suoi mezzi, introducendoci in un mondo che dal particolare sa estendersi all'universale, senza disperdere il proprio credito. Raramente la malinconia ha posseduto le fattezze di un abbraccio.