Per Fred Thomas l’approccio con l’arte non può prescindere dal passato e dall’influenza che esso esercita sulla nostra percezione della creatività; nei confronti della cultura va mostrato rispetto ma senza cedere al dogmatismo, essa va amata con un briciolo d’irriverenza e ironia, al fine di coglierne la bellezza.
Con il progetto “The Beguilers” il musicista applica questi postulati e si spinge oltre il confine della poesia, conciliando la forza narrativa di alcuni scritti di William Blake, Emily Brontë, William Shakespeare, James Joyce, Walter Savage Landor e Thomas Carew con un crepuscolare ed elegante jazz-folk, ricco di sfumature tonali.
Nel bagaglio creativo del musicista c’è il fascino dei madrigali del Sedicesimo secolo, ma anche Schubert, i
Beatles e la bossa nova, germi sonori affiancati e destrutturati al fine di cogliere la purezza cristallina delle poesie messe in musica.
Per "The Beguilers" Thomas si circonda di valenti musicisti come Pete Flood (
Bellowhead), Alex Bonney (
Bill Frisell), Nat Keen (Flying Ibex), Liam Byrne
(Damon Albarn), Dave Shulman (Cleo Lane), Malte Hage e Ellie Rose Rusbridge (Beardy Man).
Catturare la fluidità cristallina e il fascino a volte spettrale e oscuro di poeti come William Blake o James Joyce non è semplice, gli arrangiamenti minimali di Thomas e la duttilità vocale della straordinaria Ellie Rose rendono possibile il miracolo, spesso lasciando in sospeso la forza visionaria di testo e musica, come quando in “Fall, Leaves, Fall” la voce scivola sulle note della chitarra, mentre violino clarinetto e piano, tratteggiano con estatico candore il paesaggio bucolico e leggiadro del poema di Emily Brontë.
La rilettura di William Shakespeare e della sua “Take, O Take Those Lips Away” è singolare, il tenue duetto tra acustica e clarinetto dà vita a un folk esoterico che incrocia Anne Briggs e Bridget St John. Allo stesso modo “Ask Me No More” sfiora il minimalismo di
Terry Riley e la psichedelica
naif di
Linda Perhacs, mentre la poesia di Thomas Carew arricchisce di dettagli il fragile canto di Ellie Rose.
Per James Joyce e il suo poema “Gentle Lady”, Thomas scomoda atmosfere orientali, aggiungendo un tocco di esotismo e un fascino
gothic che ben si addice all’ambigua valenza poetica del testo, percussioni,
double bass e strumenti etnici danno forma a suoni cristallini che si rifrangono come in un continuo gioco di specchi, ampliando la moderna visione globale della world music.
Stessa sorte spetta a “The Night Wind”, un altro breve poema di Emily Brontë, scarnificato e trasfigurato in una danza tribal-esotica.
Più complesso l’adattamento di uno scritto di Francis Pilkinton “Rest, Sweet Nymphs”, chitarre acustiche ed elettriche tratteggiano sonorità acid-folk, imbevendo il tutto in una fragile psichedelia dai contorni jazz-avantgarde, sfumando verso un finale ascetico e puro.
Enigmatico e ricercato il raffinato e coraggioso arrangiamento di “Lover’s Tale” di James Joyce, qui un
fingerpicking di elevata fattura tecnica accompagna le acrobazie vocali di Ellie Rose, per poi lasciare spazio a piano, viola e chitarra acustica che, senza alcuna apparente soluzione di continuità, modellano molteplici sequenze armoniche che si tingono ora di folk, ora di musica barocca o di acid-folk.
E’ comunque William Blake il poeta più saccheggiato da Fred Thomas e dal suo collettivo musicale Beguilers, l'
ensemble aveva già reso omaggio al grande artista londinese con un Ep (“Songs Of William Blake”), dal quale vengono riproposte ben due tracce: la prima è la criptica e tenebrosa “The Little Boy Lost”, dove la voce e un incalzante giro di basso in
loop aggiungono un ulteriore fascino sinistro, l’altra è “Love to Faults Is Always Blind”, una mistica ballata pianistica che incrocia il minimalismo di
Steve Reich e
Philip Glass.
Sono lineari e romantiche le
nuance delle due tracce che aprono e chiudono l’album, ovvero la crepuscolare “A Dream” e la più romantica e intima “A Cradle Song”: un affascinante chamber-folk per voce e strumenti.
La vera chiave di volta di “The Beguilers” risiede in un’eccellente mistura di elementi sonori apparentemente in contrasto, jazz, folk, psichedelia e pop
beatlesiano sono le radici del progetto, un album che supera le barriere del tempo, sfiorando nuovi linguaggi sonori che nascono osservando le forme d’arte del passato (“Mother, I Cannot Mind My Wheel”).
Un gioiellino lirico da preservare per consegnarlo ai posteri.