Rispetto ad altre cantautrici-
vocalist della sua generazione, ad esempio
Marissa Nadler e
Julia Holter, la britannica Gemma Ray è meno sperimentale e più votata alla forma-canzone classica. Ed è su questo aggettivo, classica, che per l'appunto si concentra l'equivoco riguardante il suo
songwriting; perché la Ray è capace di unire, in un solo pezzo, in un amalgama sonoro pressoché perfetto, ingredienti diversi come la psichedelia, la
torch song, la canzone confessionale, il melodismo
bacharachiano, gli arrangiamenti beat e surf, le atmosfere
twinpeaksiane, o sinfonico-camersitiche. Un risultato di tutto riguardo, questo, che è riuscito a ben pochi astisti in carriera (uno di loro era per l'appunto
Bacharach).
Il nuovo disco, "The Exodus Suite", ce la ripropone in versione mesta e riflessiva, lontana dagli spiragli di luce che si intravedevano nel precedente "Milk For Your Motors" (uno dei suoi dischi da avere), ossia nella sua veste, per così dire, "classica". E ora diamo uno sguardo alla scaletta: "The Original One" è la
torch song twinpeaksiana di cui si diceva sopra, mesta al punto giusto, e con tanto di
twang chiarristico surfeggiante in rilievo (la sua "gemella diversa" potrebbe essere, nella seconda parte del programma, la lirica "The Machine"); "Acta Non Verba" si perde invece in un deliquio sonoro quasi-ambient, dove la chitarra galleggia a fianco dei vocalizzi eterei della Nostra.
Più "grintosi", al contrario, sono pezzi come "We Do War" (nel finale, soprattutto) e "We Are All Wandering" (sostanzialmente una
folk-song) che rendono giustizia alle qualità scrittorie di Gemma, sebbene in molti dei suoi dischi precedenti (a cominciare dal già citato "Milk For Your Motors") la varierà di toni e generi affrontati era senza dubbio maggiore, e ciò non nuoceva affatto alla resa complessiva dell'album.
Insomma, come avrete intuito, questo è un disco fatto di luci (poche...) e ombre (molte, moltissime...), e di una emotività mai esibita ma sempre chiaroscurale. In un certo senso, "The Exodus Suite" è l'equivalente sonoro di un film noir. Mi correggo: di un buon film noir. Registrato nei Candy Bomber Studios di Berlino, sotto la supervisione di Ingo Krauss, il disco è perfetto per ascolti prevalentemente notturni, quando l'abbandono al romanticismo, ossia a quella forza emotiva indefinibile che ingigantisce i contorni della realtà, prende il sopravvento sull'anima stanca di tribolare. E in effetti potrebbe funzionare da egregio epitaffio, per le dodici
song in scaletta, proprio un componimento del poeta romantico Novalis: "Ora so quando sarà l'ultimo mattino - quando la luce non mette più in fuga la notte e l'amore - quando eterno sarà il sonno e un solo sogno inesauribile. Celeste stanchezza sento in me".