A motivo del completo stravolgimento subìto dall'industria discografica, oggi più che mai la fondazione di un'etichetta, oltre a simboleggiare una coraggiosa scelta di campo, deve necessariamente trovare la sua ragion d'essere in una forte connotazione identitaria. Dev'esserci sempre (e sempre avrebbe dovuto esserci) un carattere di unicità, finanche rischiando di trasformare un nome proprio in un aggettivo capace di aggregare determinati caratteri relativi al
sound - inteso anche come impronta di
mastering -allo stile grafico e alle scelte sul roster artistico.
Non si può dire che
Erik K. Skodvin (
Svarte Greiner, Deaf Center), nei primi dieci anni della sua Miasmah, non abbia raggiunto questo tipo di riconoscibilità, avendo costituito un catalogo in grado di tracciare la mappa dei più scuri progetti in ambito elettronico e sperimentale. Una fascinazione sottilmente esoterica ha portato alla scoperta e all'affermazione di protagonisti attuali come Kreng,
Andrea Belfi, Simon Scott e lo stellare trio Shivers.
Quello formato da
Aidan Baker, Andrea Belfi e lo stesso Skodvin non è un trio inedito, avendo già inciso due sessioni nel 2013 ("
Brick Mask") e 2014 ("Coltre/Manto", per Midira Records), ma ha da sempre incarnato appieno le coordinate della
label, rendendolo dunque il riferimento ideale per celebrarne il decennale.
L'unicità della formazione risiede proprio nella cosciente decisione di mantenere un basso profilo, nonostante i rispettivi ambiti di provenienza avessero potuto dar vita a un più classico
power trio al confine col drone-metal. "Palace" è infatti la riconferma di un intento suggestivo molto più sottile, come si trattasse di variazioni simultanee sul tema di un oscuro scrutare isolazionista che ben si presterebbe a sonorizzare certe pellicole espressioniste d'inizio Novecento.
Più ermetico che mai, Baker lavora su ruvidi armonici e sfregamenti di corde in
delay ("Cosmow"), distaccando di poco il substrato disposto dall'effettistica di Skodvin, che rimette mano al violino soltanto per qualche fugace pizzicato ("Butcher Note", "Ape Rug"). Belfi fa da sempre un discorso a sé in relazione alla batteria, che sfiora insistentemente con le spazzole creando un netto contrasto col rimbombo regolare della grancassa; una vera e propria
talking drum ("Solo") con modulazioni d'intensità entro un registro basso tale da creare una tensione costante.
Raramente la lunga traversata si inasprisce ("LA Mom"), laddove il tono dominante è sempre quello di una
dark-ambient strumentale dal distacco tipicamente scandinavo, per certi versi memore dei
Supersilent più introspettivi. Con ogni evidenza "Palace" viene rilasciato in un periodo dell'anno che non gli è congeniale, se non forse per una comune passeggiata notturna tra i vicoli di una città deserta; anche in queste circostanze, tuttavia, l'eccessiva durata e la direzione costante del
sound non riescono a rispecchiare appieno le potenzialità dei tre protagonisti, autori di vicende artistiche ben più ardite e sfaccettate, anche tra le file dell'encomiabile esperienza Miasmah, in onore della quale vale senz'altro la pena accendere un candelabro.