Vibranti note di piano, field recording, elettronica inquieta, acustica; questo e altro convive nell'esordio della giovane e timida musicista Julia White. La genesi di "In The Cities Of Dust" è molto complessa. L'ormai affermato David Teboul - ideatore del progetto Linear Bells - con già all'attivo vari album di musica elettronica di ricerca, conosce Julia e, colpito dalle sue capacità, la convince a collaborare con la sua etichetta.
Julia accetta ma scompare per mesi; riappare comunicando a David di essersi arresa e di voler abbandonare la propria carrera musicale prima ancora che questa sia effettivamente iniziata. David, ancora convinto delle capacità di Julia, insiste e la convince a riprovare; il risultato è questo "In The Cities Of Dust", album in cui convivono idee e anime differenti.
L'esordio della White sorprende subito proprio per la sua varietà; momenti di elettronica inquieta e stordente si alternano a virtuosismi pianistici da modern classical, brevi divagazioni elettroacustiche lasciano spazio a inattese reminescenze post-rock/kraut.
I primi momenti si ritrovano in "A Forest", un magnifico collage di registrazioni magnetiche sovrapposte, sovrastato da un opprimente bordone elettronico, invalicabile muro sonoro artificiale di grande potenza ed espressività. Si continua con l'ambient drone di "We Cry", addolcito da archi che cercano di emergere tra le impetuose sfuriate elettroniche, e si chiude con i polverosi venti sintetici di "You're Rose".
Ma Julia White è capace di passare rapidamente dall'elettronica più austera alla pura classica moderna. In mezzo a tanto espressionismo artistico troviamo ricerche pianistiche derivanti da tutt'altri mondi. Il brano iniziale "Follow This Small Path" rimanda - con la sua nota ribattuta in
loop - alle esperienze minimaliste di uno
Steve Reich meno rigido e accademico, mentre la fluidità della notevole "Red Beach Harbour" ricorda le fughe pianistiche di
Max Richter o alcuni brani acustici dei
Library Tapes.
"In The End", con le poche note di piano e il parlato della White, assume connotati di un sincero e pacato dialogo interiore, mentre "To The Birds" e "Start Now" sembrano allontanare un po' della polvere in sospeso.
Fuori da questi schemi appare l'unico brano registrato in collaborazione con il mecenate David Teboul (“I Found You”) che aiuta Julia a creare un piccolo quadretto elettroacustico. Il lavoro della White si chiude con una bonus track acustica ("Villagers"), nuovo riuscito cambio di direzione; stavolta una piccola perla ripetitiva tra post-rock, kraut e noise.
Queste "città nella polvere" affascinano e incuriosiscono; la speranza è che questo non sia un viaggio di sola andata, ma che la White possa trovare la forza e le motivazioni per proseguire la sua promettente carriera.