In un inverno primaverile come questo, “The Great Maybe” è l’album che serve a far dimenticare i cambiamenti climatici e le estate torride che ci aspettano, a farci godere questi sprazzi di ragazze in maglietta e gente in felpa sullo skateboard. I Labradors non sono di Chapel Hill ma del comasco, ma la bandiera To Lose La Track è già una garanzia sulle corde che il disco toccherà.
Sicuramente sei, della chitarra; incandescenti, atletiche, quelle vocali; un disco impossibile da ascoltare a basso volume. Anche nel pop acustico e cameristico dell’equivocabile inizio “I Won’t Let Anyone Hurt You”, il
frontman Pilli Colombo sprigiona il suo ardore
Grohl-iano (“Tearing Up The Globe” e la
title track), in una traccia in cui però fa capire la qualità della scrittura del disco, passando come fa da levità
Hannon-iane a una chiusura troppo diretta e sincera per non essere vera.
Dopo un esordio tirato a tutta e sicuramente più faticoso, i Labradors seguono l’impronta dei
Teenage Fanclub, scrivendo il loro “Grand Prix” dopo “Bandwagonesque” (la doppietta “Terrible Friend”/”Big Sure”, in cui gli accordi e gli assoloni bucano le cuffie), mostrando decisi margini nella direzione di quel genere di power-pop più melodico e britannico (speriamo ci facciano un pensierino, come poi in “Someone Else”).
“The Great Maybe” è uno di quei dischi che sanno rizzare i peli sulle braccia con i decibel di un semplice giro armonico (grandiosa “Jasmine”), deframmentando, formattando alla vecchia maniera dell’elettroshock le varie aree del cervello (la
title track).
Undici tracce da
singalong immediato (il singolo “Paws”) – e poche band italiane se lo possono permettere – che sarebbero state perfette nel lettore quindici anni fa; ma, perché no, anche adesso, per far finta che la metropolitana sia un enorme skate sul quale scivolare. Obbligatorio ascoltarlo con lo zaino su una spalla sola.