A volte una forte idea sonora, magari nata per caso o per necessità, può essere decisiva nel determinare il percorso artistico di una band: la chitarra graffiante e metallica di Leslie Bear, aka Long Beard, potrà diventare facilmente una compagna del precoce buio autunnale, come già nell’invito della copertina di “Sleepwalker”.
L’attitudine sonora, ma anche la scrittura della cantautrice del New Brunswick sono infatti basate su un’immediatezza quasi fisica, che la porta dalle parti degli slackerwriter del momento (lo stornello solitario “Days Of Heaven”, gli accordi inquieti e l’etereo cantato in “Dream”), anche se il tono generale si colloca nel campo dello slowcore più atmosferico, o dell’alt-rock notturno degli Yo La Tengo.
La scrittura di Leslie sa però sfruttare in modo pregnante i canoni del genere, orchestrando brevi movimenti incessanti di accordi che si inarcano sulle corde sottili, come un sollevarsi fisiologico di emozioni sopite (“Suburban Sunset”). I brani di “Sleepwalker”, nella loro brevità a volte salvifica, a volte incompiuta, raccontano di un’espressività vivace e/o acerba, che percorre il disco ipodermicamente in maniera esuberante, per affiorare nel giocoso rumoreggiare di “Porch”.
Le sonorità nude del disco aiutano anche a veicolare le nenie più Kozelek-iane del disco (“Hates The Party”, “Turkeys”), accentuandone l’emozionante movimento “passivo-aggressivo”. Anche le concessioni più hipster (l’arrangiamento informe e urbano, per quanto suggestivo, di “Summer Fall” e “Someplace”) rimangono ben radicate nella proposta della band.
A volte, va detto, l’urgenza viscerale del suono non è seguita di pari passo dalla scrittura, come nel caso più evidente di “Moths”, e soprattutto nel finale “Sleepwalker” perde un po’ la presa, ma rimane comunque una testimonianza di un talento che, tangibilmente, sta sbocciando.
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01/11/2015