Come un fulmine a ciel sereno appare questa inaspettata ristampa, da parte di una
label italiana (la Markuee/Minotauro di Marco Melzi) di un capolavoro di tutta la scena neo-garage (scena che di autentici capolavori ne ha visti pochi), ovvero il secondo album degli americani Original Sins, "The Hardest Way", uscito per Psonik (etichetta personale della band) nel 1989 e subito accolto con recensioni entusiastiche da parte della stampa alternativa Usa.
Gli Original Sins si formarono a Bethlehem (in Pennsylvania, non la Betlemme dei vangeli) nel 1986 e l'anno successivo riuscirono a ottenere un contratto con la Bar/None, che in breve tempo pubblicò il loro primo e già ottimo album, "Big Soul" (1987), che metteva in luce il loro selvaggio stile garage-punk a tinte psichedeliche, molto urbano e assai poco oleografico. "Hardest Way" (1989) fu, se possibile, ancora più indiavolato, un concentrato di genuina violenza brada e canzoni dal
songwriting più maturo ed eccitante.
I quattordici brani qui contenuti sono omaggi ai bei tempi andati dei Sixties, ricordi di feste liceali e amori adolescenziali, ma è difficile dimenticare l'
incipit di brani come "Heard It All Before", "Out Of My Mind" o "You Can't Touch Me", con i loro travolgenti ritornelli suonati a rotta di collo. Il tutto è un concentrato dei migliori
Sonics, Blues Magoos, Seeds,
Monks, Fuzztones e Lyres. Il clima viene leggermente stemperato solo nei due lenti psichedelici "Can't Get Over You" e "I Can't Say".
Il chitarrista e cantante John Terlesky, autore di tutto il loro repertorio, è in tal senso un compositore formidabile, che riesce a non scadere mai nel banale e a riscrivere la stessa melodia senza ripetersi mai. A memoria d'uomo, solo i
Ramones, gli
Husker Du e gli Young Fresh Fellows seppero fare altrettanto. Anche i suoi gregari non sono da meno, dal tastierista Dan McKinney (un fenomeno all'organo Farfisa) alla sezione ritmica composta dal batterista Dave Ferrara e dal bassista Ken Bussiere.
In questa ristampa della Markuee, poi, è stato praticamente inserito un altro album inedito (le tredici
bonus-track aggiunte alla fine). Nonostante si tratti di scarti di varie
session di studio e alcuni demo, la qualità artistica è ancora alta. Simpatici gli omaggi a Wilson Pickett ("Party's Over") e agli
Animals ("Beast In Me"), che sono in pratica due cover mascherate di grandi classici del rock. Non male pure la tenera melodia "Little Mistakes", che avrebbe fatto la gioia dei Flamin' Groovies più
beatlesiani.
Dopo di questo capolavoro, gli Original Sins produssero ancora un altro grande disco l'anno successivo, "Self Destruct", per poi ammorbidire il loro
sound con "Move" (Psonik, 1991), prodotto da Peter Buck dei
Rem. Dopo lo scioglimento della band, John Terlesky non si perse d'animo e incise un buon numero di dischi sotto il
moniker Brother JT per la Birdman, Drunken Fish, Drag City e la Thrill Jockey; opere più o meno sulla stessa falsariga del gruppo-madre, ma con risultati alterni a livello di scrittura. Rimane però invariatala sua grinta, a dimostrazione che lui, nel rock'n'roll, ha sempre creduto.
L'attuale ristampa è stata pubblicata in due versioni, una in normale
jewelcase e l'altra in edizione
papersleeve limitata. Il libretto non offre alcuna nota, ma riporta solo stralci di recensioni dell'epoca, tratti dalla prestigiosa Trouser Press e da altri giornali locali. Il livello di
mastering è buono, anche se presenta una minore dinamica rispetto al vinile originale dell'epoca.