Alla fine anche le ultime velleità
shoegaze si sono rarefatte per Tamaryn: il dream-pop si è liberato delle ultime pulsioni
wave per affondare sempre di più in quel synth-pop che i due precedenti album dell’artista neozelandese, trapiantata in America, mettevano in gioco, trasmutandolo con abili arrangiamenti retrò, adatti a un pubblico nostalgico più dell’estetica che dell’essenza degli anni 80.
Il tentativo è quello di catturare sia il pubblico dei
Cure (“Collection”, "Fade Away Slow") che quello di
Madonna (“Hands All Over Me”) risultando infine una copia sbiadita ed esangue dei
Propaganda o una
ghost version dei
Cocteau Twins era “Milk And Kisses”.
“Cranekiss” è album gradevole, potenzialmente ruffiano, quasi perfetto nella sua inconsistenza, una replica ben assortita di suggestioni che abbiamo assimilato come colonna sonora portante di una delle ere più creative della musica rock e pop, ma che in questa lettura da
cover version re-intitolata e rielaborata suona pleonastica.
Non mancano eleganza (“Cranekiss”) o ardore (“Softcore”), ascolti ripetuti rendono le melodie più familiari e gradevoli, ma il trucco è troppo evidente, le sonorità sono finte e pretestuosamente amatoriali, in verità troppo raffinate e calcolate in ogni risvolto per risultare convincenti, e il supporto lirico e melodico è insufficiente.
“Cranekiss” non mancherà di colpire la fantasia e l’immaginazione di quei fan più accaniti del revival elettro-pop, ma al di là di un breve e anche intenso amore per uno o più tracce dell’album, non s’intravede una genialità creativa e compositiva che possa tirar fuori quest’album dall’anonimato. Nel suo nuovo abito synth-pop, Tamaryn sembra sempre più interessata a evocare sensazioni superficiali e transitorie: maneggiatelo con cura e discernimento.