Kathryn Williams non è la prima a cimentarsi con un adattamento musicale di un'opera letteraria ("The Bell Jar" di Sylvia Plath), ma “Hypoxia” rappresenta, almeno sotto questo punto di vista, un successo – se non è altro perché tale non sembra. Quella che emerge invece incontrastata è la voglia della Williams di espandere la propria tavolozza espressiva, con l’aiuto di Ed Harcourt, produttore del disco.
Così, arrangiamenti trip-hop “ipossici” incorniciano un brano alla Beach House (“Mirrors”) e acuiscono i toni dream del disco, con gli impercettibili riverberi di “Electric” che impreziosiscono la linea vocale Drake-iana di “Electric”.
Molto è basato sull’atmosfera, in “Hypoxia”, e in questo c’è una decisa maturazione della cantautrice inglese, a vedere come vengono interpretati brani più classici come il folk gotico e pianistico di “Cuckoo” e la ballata rutilante di “The Mind Is Its Own Place”.
Ma la scrittura spesso cede all’interpretazione, come nello psych-folk di “Battleships”; “When Nothing Meant Less” è scritta col pilota automatico, e l’accennato crescendo strumentale può far poco per nobilitarla.
In definitiva, un progetto musicale che sembra aver costretto più che elevato l’espressione artistica di Kathryn Williams.