Møster! - Inner Heart

2014 (Hubro)
post-fusion, post-jazz, psych-jazz

Il linguaggio oltre il jazz sviluppato fra i gelidi fiordi della Norvegia ha attratto a sé un cospicuo numero di giovanissimi, gente che nel cuore dell'Europa probabilmente mai avrebbe pensato di dedicarvisi. Kjetil Møster è uno di questi: oggi di anni ne ha quasi quaranta, a volerci ben vedere, ma i suoi primi passi risalgono a ben prima della soglia dei venticinque. Sassofonista, clarinettista, fisarmonicista che ha fatto suoi anche il corno e il basso, fiatista dunque a trecentosessanta gradi, cresciuto con maestri come Bjørnar Andresen e Terje Rypdal e oggi fra le punte di diamante della nu generation post-jazz norvegese.

Møster! è l'ultima frontiera della sua avventura, nata come suo quintetto dieci anni fa e divenuta oggi quartetto dopo l'uscita di scena del terzo Supersilent Ståle Storløkke. Ad affiancare il leader vi sono comunque tre figure di peso: i due Motorpsycho Hans Magnus Ryan e Kenneth Kapsad e Nikolai Hængsle Eilertsen (BigBang, National Bank). Nomi che bastano da soli a suggerire le coordinate del progetto: non un quartetto nel senso tradizionale del termine, ma un'esperienza ibrida in cui il jazz trova un punto di incontro col rock alternativo alla fusion, via quella psichedelia amorfa e deforme cui il trio di Trondheim ha dato negli anni le forme più svariate.

Il sassofono, insomma, prende il posto della voce in quella che per il resto è una trasfigurazione in tutto e per tutto del verbo rock. Paradigma di tutto questo è la magnifica suite in quattro parti “Descending Into This Crater”: tracciate poche ma necessarie linee guida nell'oscuro omaggio ai Supersilent più terreni di “Poutanian Debate, i tre mollano le cime e si gettano dritti in grembo all'espressionismo. “Central Sunrise” è una litania tesa e inquieta in pieno stile Henriksen, “Magma Movement” finge una tregua guardando a Shivers e alle ultime sperimentazioni di Dirk Serries e “Mount Vesuvio” stringe infine in una morsa sofferente fra contorsioni di basso e roghi di chitarra.

Ci sono tutti gli elementi costitutivi del sound del quartetto, esposti con un'attenzione quasi maniacale al contrasto fra ombre possenti e squarci di luce fioca. Un estetismo necessario per quello che è un autentico biglietto da visita, ma che viene meno nella tempesta dei due brani successivi. L'esplosione prende il via dal capolavoro “Tearatorn”, un quarto d'ora di vertigini e contorsioni dove Møster fa Jan Garbarek e il terzetto alle sue spalle inscena un terremoto psichedelico ai confini col noise. Di lì alla chiusura allucinata fra squarci dissonanti e tribali di “Underworld Risk” (vengono in mente i Polar Bear della svolta) il passo è breve.
Recupero doveroso per una perla colpevolmente ignorata.

Il linguaggio oltre il jazz sviluppato fra i gelidi fiordi della Norvegia ha attratto a sé un cospicuo numero di giovanissimi, gente che nel cuore dell'Europa probabilmente mai avrebbe pensato di dedicarvisi. Kjetil Møster è uno di questi: oggi di anni ne ha quasi quaranta, a volerci ben vedere, ma i suoi primi passi risalgono a ben prima della soglia dei venticinque. Sassofonista, clarinettista, fisarmonicista che ha fatto suoi anche il corno e il basso, fiatista dunque a trecentosessanta gradi, cresciuto con maestri come Bjørnar Andresen e Terje Rypdal e oggi fra le punte di diamante della nu generation post-jazz norvegese.

 

Møster! è l'ultima frontiera della sua avventura, nata come suo quintetto dieci anni fa e divenuta oggi quartetto dopo l'uscita di scena del terzo Supersilent Ståle Storløkke. Ad affiancare il leader vi sono comunque tre figure di peso: i due Motorpsycho Hans Magnus Ryan e Kenneth Kapsad e Nikolai Hængsle Eilertsen (BigBang, National Bank). Nomi che bastano da soli a suggerire le coordinate del progetto: non un quartetto nel senso tradizionale del termine, ma un'esperienza ibrida in cui il jazz trova un punto di incontro col rock alternativo alla fusion, via quella psichedelia amorfa e deforme cui il trio di Trondheim ha dato negli anni le forme più svariate.

 

Il sassofono, insomma, prende il posto della voce in quella che per il resto è una trasfigurazione in tutto e per tutto del verbo rock. Paradigma di tutto questo è la magnifica suite in quattro parti “Descending Into This Crater”: tracciate poche ma necessarie linee guida nell'oscuro omaggio ai Supersilent più terreni di “Poutanian Debate, i tre mollano le cime e si gettano dritti in grembo all'espressionismo. “Central Sunrise” è una litania tesa e inquieta in pieno stile Henriksen, “Magma Movement” finge una tregua guardando a Shivers e alle ultime sperimentazioni di Dirk Serries e “Mount Vesuvio” stringe infine in una morsa sofferente fra contorsioni di basso e roghi di chitarra.

 

Ci sono tutti gli elementi costitutivi del sound del quartetto, esposti con un'attenzione quasi maniacale al contrasto fra ombre possenti e squarci di luce fioca. Un estetismo necessario per quello che è un autentico biglietto da visita, ma che viene meno nella tempesta dei due brani successivi. L'esplosione prende il via dal capolavoro “Tearatorn”, un quarto d'ora di vertigini e contorsioni dove Møster fa Jan Garbarek e il terzetto alle sue spalle inscena un terremoto psichedelico ai confini col noise. Di lì alla chiusura allucinata fra squarci dissonanti e tribali di “Underworld Risk” (vengono in mente i Polar Bear della svolta) il passo è breve.

Recupero doveroso per una perla colpevolmente ignorata.

Tracklist

  1. Descending Into This Crater: Poutanian Debate
  2. Descending Into This Crater: Central Sunrise
  3. Descending Into This Crater: Magma Movement
  4. Descending Into This Crater: Mount Vesuvio
  5. Tearatorn
  6. Underworld Risk

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