Da quando gli
Animal Collective hanno cavalcato l'onda di pubblico e addetti ai lavori trasfigurando tra folk, elettronica e tribali un pop psichedelico che non poteva essere più classico, il “morbo” si è diffuso a macchia d'olio. I bavaresi Aloa Input devono aver ben notato anche il ritorno sulla breccia di certe atmosfere dal retrogusto kraut (un nome su tutti? I
TOY) e, rendendosi conto di avere quei suoni in casa e nel sangue, ne hanno fatto l'elemento caratteristico del lovo verbo psych-pop. Un debutto discreto ma non troppo convincente due anni fa e rieccoli ora puntare più in alto che mai, grazie anche a uno sponsor discografico sempre decisivo come Morr Music.
Al primo impatto, “Mars etc.” - questo il titolo, che assieme alla copertina ironizza nei confronti degli stereotipi che accomunano kraut-rock e psichedelia in maniera dozzinale – rischia di esser preso per l'ennesimo prodotto di uno dei tanti cloni dei
Flaming Lips. E sebbene il legame vi sia e non poco, lo stacco tra gli Aloa Input e la concorrenza si può percepirlo solo dopo parecchi ascolti. Ovvero quando il massiccio tessuto sonoro, composto in gran parte da deviazioni allucinate del modernariato
kraut, diviene separabile dal vero punto di forza dei tre di Monaco: le canzoni. Qualcosa che, nonostante vesti sfavillanti e coloratissime, manca spesso a molti in questo mondo.
Non siamo di fronte a una prova perfetta ed esente da lungaggini, essendo questo obiettivo ben arduo da perseguire nell'odierno macrocosmo psichedelico. Tanto che già la partenza di “Far Away Sun” è tutto meno che un biglietto da visita invitante: cori deviati che più
Panda Bear non si può, ritmo ammiccante da
trip paradisiaco e una melodia che arranca alle spalle dei luoghi comuni. Una scena che si ripete, seppur con connotati diversi, anche nella tagliente “Mad As Hell” e nella spenta ballata “Ruth The Communist”, non proprio il modo migliore di concludere un disco per il resto tutto da scoprire.
Va da sé che il meglio vada cercato nel cuore pulsante dell'album, quello anticipato dal divertente acid-blues di “Perry” e infarcito di richiami a
Can e
Faust, dal cataclisma elettronico di “Oh Brother” alla corsa all'impazzata di “Blabla Theory” (dove però “
Here Comes The Indian” è sfiorato con mano). Ma di canzoni parlavamo, e proprio negli episodi più squisitamente pop è racchiuso il meglio del lavoro: dalla malatissima e
barettiana “The Door” alla doppietta bucolica “21st Century Tale” - “Krk Blues”, passaggi dalle parti di
Mark Fry. Per arrivare infine a quella “Vampire Song” che rappresenta un vertice a sé, grazie a un arpeggio di synth irresistibile e a una melodia semplice quanto efficacissima.
Di ottimi arrangiamenti con evidenti richiami al passato oggi se ne sentono a bizzeffe, ma la differenza la fa ancora chi sa scrivere canzoni (e si tratta di merce decisamente più rara). Ed è proprio per questo che una conversione più convinta verso un pop macchiato, “sporcato” di allucinogeni potrebbe essere la chiave per il futuro, potenzialmente radiante, di questo giovane trio, il cui
sound risulta comunque ancora “under construction”, per quanto già in grado di svettare in un mondo sempre più sovrappopolato.