Al Stewart, nato a Glasgow il 5 settembre 1945 e cresciuto in Inghilterra, è una figura unica nel panorama cantautorale britannico. Se il folk-rock degli
anni 60 e
70 è stato spesso il regno di introspezione personale e commento sociale, Stewart ha scelto invece di orientarsi verso la storia, la letteratura e il racconto epico, costruendo un
corpus musicale che è al tempo stesso colto e accessibile. La sua carriera, segnata da un costante raffinamento della forma-canzone e da una penna affilata e intellettuale, si dipana in decenni di lavoro in cui si fondono tradizione cantautorale, arrangiamenti orchestrali e uno spirito narrativo quasi da romanziere.
Dopo essersi trasferito a Londra negli anni 60, Stewart si inserisce nel vivace circuito dei folk club, suonando anche con giganti come
Paul Simon e
Cat Stevens. Il suo album di debutto, "Bed-Sitter Images" (1967), è un'opera ancora timida ma già ricca di ambizione. Qui si intravede la sua cifra stilistica: l’attenzione per le parole, la cura dei dettagli melodici e l’amore per la narrazione. Brani come "Samuel, Oh How You’ve Changed" mostrano un precoce gusto per l’ironia e l’osservazione sociale.
Il seguito "Love Chronicles" (1969) rappresenta una svolta: la
title track, lunga oltre 18 minuti, è una sorta di
stream of consciousness autobiografico, che rompe con le convenzioni del folk britannico dell’epoca e lo collega alle sperimentazioni della scuola americana. Qui emerge anche un primo assaggio della componente “storica” che dominerà la sua produzione futura, sebbene ancora velata da confessioni personali.
Con "Past, Present And Future" (1973), Stewart abbraccia definitivamente la sua vocazione di cantore storico. È questo l’album che segna la svolta decisiva: ogni brano è una vignetta storica o una riflessione filosofica, con testi di rara complessità. Spiccano "Nostradamus", affresco profetico e orchestrale, e "Roads To Moscow", struggente ballata sulla sorte dei soldati sovietici nella Seconda Guerra Mondiale. La capacità di Stewart di unire rigore storico e pathos narrativo qui raggiunge un apice difficilmente eguagliato nel cantautorato anglofono.
Il capolavoro riconosciuto arriva due anni dopo con "
Year Of The Cat" (1976), prodotto da
Alan Parsons. L’album mescola pop sofisticato, jazz e prog, con arrangiamenti sontuosi ma mai ridondanti. Il brano omonimo, "Year of the Cat", è diventato un classico delle radio Fm, con il suo iconico assolo di sax e l’atmosfera cinematografica. Altre gemme come "On The Border" e "Lord Grenville" dimostrano l’equilibrio tra erudizione e immediatezza melodica che caratterizza il miglior Stewart.
Il successivo "Time Passages" (1978), anch’esso prodotto da Parsons, mantiene lo stesso impianto sonoro, con una produzione ancora più levigata e hit radiofoniche come la
title track "Time Passages" e "Song On The Radio". Qui l’artista britannico mostra una maturità formale e una padronanza del mezzo pop che lo collocano al pari di maestri come
Steely Dan o
10cc, pur mantenendo la sua identità lirica inconfondibile.
Negli
anni 80 e
90 Stewart si confronta con un panorama musicale mutato. Album come "24 Carrots" (1980) e "Russians & Americans" (1984) mostrano una maggiore attenzione al presente politico e sociale, ma il successo commerciale cala. Eppure la qualità compositiva rimane alta, come dimostrano brani come "Running Man" e "Midnight Rocks", ancora capaci di fondere narrazione e forma canzone con eleganza.
La rinascita artistica avviene in sordina ma con grande dignità con album come "Between The Wars" (1995), un progetto acustico, raffinato e denso di riferimenti alla storia europea della prima metà del Novecento. Qui Stewart recupera la sua vena più colta e minimale, supportato da Laurence Juber alla chitarra, in un dialogo musicale quasi cameristico.
L'opera di Al Stewart si può ragionevolmente considerare un
unicum nella
popular music: è l’esempio di come la canzone possa essere non solo intrattenimento o confessione, ma anche strumento di mediazione culturale, di trasmissione della memoria, di riflessione storica. Il suo stile vocale pacato, quasi distaccato, si sposa perfettamente con l’impianto narrativo delle sue liriche, spesso costruite con struttura da racconto breve.
Il suo lavoro ha influenzato una generazione di cantautori più giovani, da Richard Thompson a Decemberists, e continua a ispirare chi vede nella musica non solo un veicolo emotivo, ma anche un luogo di esplorazione intellettuale.
Conclusione
Al Stewart è il testimone di un tempo in cui il cantautorato poteva farsi erudito senza essere pedante, raffinato senza essere elitario, emotivo senza cadere nel sentimentalismo. La sua discografia è un viaggio tra secoli e continenti, tra poesia e geopolitica, tra memoria e invenzione. Un artista da riscoprire e ascoltare con attenzione, come si fa con un grande romanzo o un'opera teatrale: consapevoli che ogni ascolto porterà con sé nuove scoperte.