Cadori è il moniker scelto per questa sua nuova avventura musicale da parte di Giacomo Giunchedi, abruzzese di stanza a Bologna. Giunchedi è attivo da molti anni in ambito underground, tra diverse band ormai scioltesi e due dischi solisti usciti nel 2010 e nel 2013. Tutto quello che l’autore aveva fatto prima di questo disco era in inglese, invece ora il cantato è in italiano e al momento Giunchedi fa parte anche della band Torakiki. Questo, quindi, è il classico debutto che in realtà ha dietro un ampio vissuto musicale, che poco ha a che fare con la proposta attuale ma che probabilmente è servito all’autore per avere una certa dimestichezza con tutto quello che riguarda la realizzazione di un disco di cantautorato, quindi non solo la scrittura delle canzoni, ma anche la cura del suono.
In quest’ultimo aspetto c’è il lavoro ai mix di Michele Postpichl (OfeliaDorme) e Roberto Rettura (che ha lavorato con Iosonouncane, Calibro 35 e altri), ma è difficile immaginare che Cadori non abbia dato il proprio contributo anche sotto questo punto di vista, poiché, in questo disco, è difficile scindere la parte della composizione da quella sonora: due parti di un unico disegno. Le melodie, infatti, appaiono pensate per essere inserite in un contesto pop, che chiaramente non può essere dato solo dal binomio voce/chitarra acustica, bensì da un suono immediato e semplice ma anche con qualche elemento in più. Ed è proprio questo il punto di forza principale del disco: la capacità di mettere in mostra un lavoro minuzioso nell’arricchimento sonoro e, allo stesso tempo, di dare la netta impressione che tutta questa cura dei dettagli serva unicamente a valorizzare la forza espressiva della canzone.
La suddetta forza espressiva, ovviamente, non è data solo dalle melodie, ma anche dal timbro vocale e dai testi. In questi ultimi, l’autore si muove su due diversi registri nel corso del disco: il dipingere ambientazioni metaforiche ma adattissime a far vivere all’ascoltatore le sensazioni proposte e il descrivere in modo più diretto quello che passa nel proprio intimo in situazioni ben determinate. C’è una certa abilità nello spostarsi tra queste due diverse modalità espressive, anche all’interno della stessa canzone, e il risultato è indubbiamente di grande impatto, perfetto nell’equilibrare attitudine poetica e realismo. Anche il timbro vocale presenta un proprio bilanciamento, riuscendo a risultare sognante ma allo stesso tempo mantenendo il giusto grado di pienezza, ed è il perfetto veicolo delle parole cantate dall’autore, insieme a melodie sempre ispirate e di facile ascolto ma sfuggenti il giusto, cioè capaci di trascinare subito necessitando di un po’ di tempo in più per essere assimilate.
Tutti questi pregi vengono amplificati, come detto sopra, da un suono curato e allo stesso tempo funzionale. Ogni volta c’è qualcosa di diverso che caratterizza i singoli brani: la vivacità della chitarra acustica (l’iniziale “Cauntri #1”), la delicata interazione tra soffici arpeggi e una ritmica placida (“Fuori Cadono Fulmini”), il morbido ma costante crescendo di intensità e di numero di elementi sonori (“Ghiaccio”), pungenti e continui tocchi di synth (“Cattivo Film”), una spinta electro piuttosto decisa (“La Brutta Musica”) e via via per le altre canzoni del disco. Poiché, come si diceva, le scelte da questo punto di vista appaiono sempre azzeccate e utili alla resa del risultato finale, non c’è nemmeno il rischio di mancanza di coerenza complessiva, infatti la direzione del suono è ogni volta diversa ma si sente che viene dalla stessa mano.
Per questo disco, Cadori ha suonato tutti gli strumenti da solo, tranne la batteria e il violino (suonato da sua sorella) e forse anche grazie a questa polivalenza artistica è riuscito a realizzare un lavoro che coniuga perfettamente l’ampiezza cromatica del miglior pop e la schiettezza e la genuinità del miglior cantautorato.