“Nothing thicker than a knife’s blade
separates happiness from melancholy”
(Virginia Woolf, “Orlando”)
Seguo la Time Released da un pochino di tempo, è un’etichetta davvero interessante, sebbene la prima uscita del 2014 mi fosse sfuggita, ovvero “Orlando” del duo italiano composto da Maria Rosa Sarri
alias MonoLogue e Giuseppe Cordaro
aka Con_Cetta, già affrontato su queste
pagine qualche anno indietro.
I due artisti si erano già trovati a lavorare assieme nel progetto Buttinelli.A per una sorta di
concept radiofonico noise, tribale e percussivo, mentre il curriculum di MonoLogue solista è assai vario, ed essendo polistrumentista e musicoterapeuta, la possiamo trovare nelle delicate vesti arabesche da mille e una notte di “Changes” con il nome di Marie_e_le Rose, oppure in quelle elettroniche e techno-Idm del progetto Moon Ra.
“Orlando” dovrebbe essere un versus, in altre parole dieci brani – quelli pari appartengono a MonoLogue – scollegati fra loro, e che invece hanno un comune denominatore: malinconia, lacrime e tante visioni oniriche. Da ascoltare rigorosamente con delle ottime cuffie, come suggeriscono gli autori nel booklet, l’album comincia subito con sonorità da confini Fantasia, e volendo si può immaginare il momento – visto con gli occhi di un già ai tempi solitario ragazzino anni Ottanta – più triste del film “La storia infinita”, in cui Atreyu cerca invano di non far sprofondare il proprio cavallo Artax nelle paludi della tristezza (“All Sorts Of Petty Tyrannies”).
Un sottofondo (quasi) noise intanto accompagna un sognante pianoforte (“Tepid Convinction”). È esattamente quella tipologia di suono rumoroso e carico di sofferenza. Ho immaginato di riflesso MonoLogue che suona i tasti dello strumento musicale come se fossero ricoperti da un’incandescente, finissima e abrasiva silice bianca.
Il duo gestisce con sublime maestria gli effetti sonori (bambini che giocano inclusi), nonché, ovviamente, il piano e qualche strumentino nuovo ma dal suono esotico come l’hang: per certi versi potrebbe ricordare alcuni passaggi autunnali del disco di
Matteo Uggeri e Andrea Ferraris (“Autumn Is Coming, We’re All In Slowmotion”) dove si fanno notare peraltro le calde note della pianista nipponica Mujika Easel.
Perfino le lunghe e classicheggianti tracce droniche suonano cupe e meste (“Procrastination Of A Construction” e “Woe And Lamentation”), trovando nella tenebrosa e minacciosa opera dalle sfumature dark-ambient di “You Or I” il giusto appeal, rivisitando quel marcio finale - comunque a lieto fine - del film “La sposa turca”.
Conosco il personaggio Virginia Woolf, però non ho ancora letto il suo romanzo “Orlando”, da cui questo disco prende chiaramente ispirazione, e se è vero che all’interno delle pagine del racconto è presente una forte carica di tristezza e malinconia, allora queste sono le migliori occasioni per correre immediatamente in libreria.