Peder Mannerfelt - Lines Describing Circles

2014 (Digitalis)
abstract, post-kraut
Quello di Peder Mannerfelt è un nome di per sé abbastanza ignoto, ma che sta nell'inconsapevolezza di molti dietro a una serie di progetti che negli ultimi anni hanno saputo farsi notare non poco. Così, dopo quasi un decennio di carriera spartito fra sodalizi (Roll The Dice), partecipazioni di lusso (Fever Ray) e un proficuo moniker (The Subliminal Kid), il musicista tedesco decide di presentarsi per la prima volta con il suo nome di battesimo. Una decisione che a voler ben vedere dà adito a una moltitudine di interpretazioni possibili, dalla necessità di imprimere personalità a un disco volutamente asettico al semplice voler tracciare anche nella firma una linea di distinzione (ma non di rottura) con il passato recente.

Quest'ultima si materializza prima di tutto in quello che è un autentico separé: spartiti in due metà spalmate sui rispettivi lati dell'Lp – unico formato in cui è disponibile - i dieci avvinghianti movimenti di “Lines Describing Circles” sono infatti fili conduttori che trasportano i suoni di Mannerfelt nell'universo abstract. I punti di contatto, dunque, sono da andare a cercare quasi tutti negli estremi più concettuali dei lavori a nome The Subliminal Kid, nelle frange più metalliche e taglienti di quelle oscure sculture elettroniche qui scomposte ai minimi termini e scarnificate di qualsiasi forma di carica emotiva, in favore di una fredda, compassata e analitica contemplazione uditiva.

Dice di voler chiudere l'ascoltatore all'interno di una scatola di metallo, Mannerfeld, e prova a farlo applicando immediatamente un sigillo di fabbrica: “Collapsion” si piazza a metà tra il Mika Vainio avanguardista e un Keith Fullerton Whitman prosciugato da esondazioni rumorose. La rotta tracciata è presto seguita dallo sfrigolio minimale di “Africate Consonants”, dai battiti bradi della conclusiva “Rotterdam Anagram” e, con un inchino in più verso il mondo Raster-Noton, dalla decostruzione progressiva di “Derrvish”. Ma Peder può e vuole andare oltre: il processo di astrazione trova i suoi vertici nell'ambiance di “Nihilist 87” - field recordings da una strada annebbiata dai droni come BJ Nilsen insegna - nel mantra di dissonanze e sintetizzatore vocale di “Evening Redness In The West” e nello sciame di vapori malsani di “In Place Of Once Was”.

Mancano alti che riescano a lasciare il segno ma anche bassi tali per poter parlare di un fallimento: i vertici concettuali non collidono sempre con quelli creativi, tanto che i risultati migliori arrivano proprio quando l'artista concede spazio alla nostalgia per i suoi “vecchi suoni”. Accade nell'omaggio silenzioso ai Pan Sonic di “Lines Describing A Circle” e nei ritratti dark-kraut in china di “Gulo Gulo Caesitas” (si legga: i Faust privati di ogni sfumatura) e “Alpha Waves”, vortice soffuso che porta dritto ai Can in versione isolazionista. Dimostrazioni di quanto l'ossatura più spessa tenda a conti fatti a giovare alla musica del tedesco, che dalla cura sottrattiva esce infine sostanzialmente illesa.

Tracklist

  1. Collapsion
  2. Lines Describing Circles
  3. Africate Consonantes
  4. Gulo Gulo Caesitas
  5. Alpha Waves
  6. Derrvish
  7. Nihilist 87
  8. Evening Redness In The West
  9. In Place Of Once Was
  10. Rotterdam Anagram

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