Primo disco per la Profound Lore, ma terzo in assoluto per i
Bosse-de-Nage, "III" segna un ritorno alle pagine più feroci dell'esordio spostando, contemporaneamente, il baricentro della loro arte verso territori sempre più sperimentali.
"III" è un'opera toccante, disperata e angosciosa, capace di scaricare tonnellate di bile e, un attimo dopo, abbandonarsi a una fatalista meditazione sul dolore. Un'opera profondamente introspettiva, concentrata sull'Io come luogo cardine del rapporto con il mondo.
Furia e orgogliosa rassegnazione convivono, dunque, lungo questi sei brani mediamente lunghi, contesi tra sconvolgimenti torrenziali destabilizzati da tutta una serie di stacchi, ripartenze e affondi ("The Arborist" e, soprattutto, la bellissima "Desuetude") e pagine in cui la multiforme anima della loro ispirazione riesce a tirare a galla, dopo struggenti preludi, lunghi intermezzi strumentali misti a scambi geometrici ("Perceive There A Silence") e desolate narrazioni che rispolverano, nell'abulica ma ipnotica progressione di accordi, i primordi del post-rock, ovvero le algide trasfigurazioni esistenzialiste di
Bitch Magnet e
Slint ("Cells"). Prima del drammatico affondo finale, la consistenza di "The God Ennui" è invece quasi onirica, basata su una scientifica ragnatela di corde dietro cui si mimetizzano voci sparse e simulacri vocali che assomigliano a fantasmi smarriti.
Insieme con l'esordio, "III" è il lavoro più interessante della compagine californiana, superando, comunque, l'oltranzismo nichilista di brani quali "Marie Pisses Upon The Count" o "Van Gogh Cooks His Hand" grazie a un impianto più razionale e "post-", come confermato anche dalla conclusiva e tormentata "An Ideal Ledge". A questo punto, il disco della consacrazione non dovrebbe essere lontano...