Due anni fa Eleonore Everdell e Jason Friedman debuttarono, ultimi arrivati in casa Warp, con una delle operazioni meglio riuscite nell'ambito del
revival di quel synth-pop danzereccio esploso a fine anni '70 e impostosi come standard nell'epopea 80, noto ai più come
dance music. Presentatisi come restauratori in chiave moderna della "Febbre del Sabato Sera", gli
Hundred In The Hands tornano ora con il loro secondo parto, questo "Red Night" che già a partire dall'elegantissimo
artwork - in totale contrasto con il ritratto quasi
trash del precedente - si mostra nella sua intenzione di apportare al
sound del duo una forma nuova e ben diversa dalla precedente.
Già a un primo ascolto non è difficile notare che il cambiamento c'è stato eccome, e pure profondo. A restare invariate sono soltanto le coordinate strumentali: di nuovo, dunque, sintetizzatori,
beat elettronici e voce trattata, mentre rivoluzionato totalmente è lo stile delle composizioni proposte - in parole povere, il "genere". Le velleità
disco - sostituite da una morsa soffocante a cavallo tra trip-hop e iniezioni industriali, in una mutazione radicale e non distante da quella dei
Portishead di "
Third" - scompaiono quasi ovunque e con loro la gran parte del potenziale commerciale del duo. Altrettanto dimenticate sono le linee melodiche immediate e accattivanti che trasportavano direttamente nei
dancefloor: con gli stessi suoni, ora, prende forma una rarefazione a tratti sporca e angusta, ad altri sognante e visionaria. E pure la voce di Everdell cambia muta, lasciandosi alle spalle la patina
vintage del primo album e circondandosi di effetti sonori tra cori, sovrapposizioni e trattamenti al
vocoder. L'azzardo è di quelli notevoli, e può ciononostante definirsi riuscito.
Ci troviamo innanzi dunque a canzoni dilatate e prosciugate, come l'ipnotica "Recognize", la conclusiva e rilassata "Lead In The Light" e l'intangibile "Faded", profondi inchini al
dream-pop dei
Cocteau Twins ("Stay The Night" e l'incedere della chitarra
à-la-Guthrie), vere e proprie matasse industriali (i pesantissimi
beat di "Empty Stations" e gli acidi martellanti di "Tunnels") e distorte divagazioni
dub-trip (la
title track e la successiva "Take It Low") in cui ad incrociarsi sono la
Björk di "
Medúlla" e la collega di scuderia
Leila, non senza lo zampino dei
Nightmares On Wax in salsa
slow. I pochissimi richiami ai trascorsi
dance sono nascosti fra le distorsioni sonore e il cuore pulsante della
goldfrappiana "Keep It Low", ideale ponte tra passato ipnagogico e presente espressionista, e nei gelidi cori di "SF Summer", in cui le armonie vocali di
Enya vengono colpite da una tagliente lastra di ghiaccio, tanto da assomigliare quasi di più alle tessiture abissali di Stina Nordenstam.
Quella di "Red Night" è una deriva da un certo punto di vista inaspettata ma da un altro inevitabile per il duo di Brooklyn: ripetere il mezzo miracolo dell'omonimo esordio - in cui l'irrefrenabile (e altrettanto inevitabile) vena citazionista era riuscita non solo a non intaccare ma addirittura a contribuire al mantenimento di un'invidiabile equilibrio - sarebbe stato praticamente impossibile, tanto quanto improbabile sarebbe stato riuscire a partorire un lavoro altrettanto curato e fresco usando di nuovo come base il restauro della
disco che fu. Il cambiamento di strada - verso lidi più coraggiosi e, se vogliamo, "sperimentali" e meno "commercabili" - riesce a consegnarci un duo in grado di confermarsi fra i nomi più interessanti della scena
indietronica, nonché a dimostrare la capacità e decisione degli stessi nel non arenarsi su
cliché personali ma passibili di particolare sviluppo, a costo di sconvolgere gran parte dei propri canoni. E questo è tutto fuorché poca cosa.