Si potrebbe pensare che un simile cambiamento debba avere come conseguenza necessaria una maggior definizione anche delle melodie, altrimenti il suono più fruibile, ma se vogliamo anche più standardizzato, rischierebbe di non essere valorizzato da una scrittura uguale a quella del debutto, ovvero basata su melodie piuttosto sfuggenti e su una struttura dei brani mai del tutto aderente alla forma canzone tradizionale e quindi anch'essa parallelamente poco nitida. L'iniziale "Windstorm" va proprio nella direzione di un più spiccato senso melodico, con una strofa e un ritornello estremamente facili e comunque di ottima qualità e l'azzeccata scelta di far cantare, a fine canzone, entrambe le parti all'unisono alle due voci, con un incrocio melodico di rara efficacia. Poi, però, lo svolgimento dei brani è molto simile a quello a cui il trio ci aveva abituati. In realtà ci sono altre canzoni in cui troviamo dei singoli momenti che possono essere accostati al brano iniziale, precisamente la successiva "Heart Strange" e le ultime due "Bye Bye Bye" e "The Wait", ma, sia in questi stessi brani che in tutto lo svolgimento degli altri non citati, le linee melodiche sono sfuggenti come in "Alpinisms"
Il fatto che le voci e il songwriting non si siano adattati alle differenze del suono non rappresenta tuttavia una debolezza del disco, che anzi conferma questo trio come una delle proposte più interessanti e personali in assoluto in ambito indie. L'efficacia delle armonie vocali femminili e quella della descritta peculiarità di scrittura resta incredibilmente intatta anche ora che non c'è più quell'elegante fascino dell'indefinito a corroborare i due elementi. La loro capacità di coinvolgere e di far sognare è sempre la stessa: certo, questo medesimo effetto dà un risultato diverso, ma riesce comunque nel suo intento, senza che nessun brano passi nell'indifferenza dell'ascoltatore, che anzi è portato a seguire tutti i dieci brani con trasporto dall'inizio alla fine.
La causa fondamentale della riuscita del lavoro è la grande attenzione messa nel far sì che ognuno dei tre aspetti evidenziati non si ripeta mai in modo uguale tra una canzone e l'altra, senza che con ciò ne venga smarrita la coerenza stilistica complessiva. Le voci si incrociano, si sovrappongono e si separano in modo sempre diverso; il rapporto tra nitidezza delle melodie e linearità dello sviluppo del brano è altrettanto variabile; l'unione tra le chitarre di Benjamin Curtis, il tappeto di suoni sintetici e la ritmica elettronica è più una stratificazione che non una compenetrazione come nell'esordio, ma tutto è ben coordinato e compatto e anche qui il ruolo delle singole componenti non è mai esattamente lo stesso.
Un lavoro, in definitiva, che mostra come sia possibile aumentare la fruibilità di un'idea artistica peculiare senza diminuirne il tasso qualitativo. Una splendida conferma della forte intesa tra questi tre ragazzi, che hanno formato la band quasi per caso (militavano in due formazioni diverse e si sono conosciuti quando entrambi i loro gruppi di appartenenza suonavano nella stessa sera di spalla agli Interpol, abbandonando subito le rispettive band per suonare insieme), e ora hanno sempre più le carte in regola per arrivare lontano.