Miles Whittaker e Sean Canty operano nei bassifondi di Manchester. Il primo, è tra i più raffinati produttori elettronici del Regno Unito; il secondo, è tra i più ossessionati
vinyl collector in circolazione. Il qui presente “Symbiosis”, album d'esordio della loro paradossale fusione come Demdike Stare, racchiude undici cataclismi
dub che segnano una piccola svolta nella gestione cavernosa dei bassi e nella sedimentazione delle rarefazioni strumentali, puntualmente tese a una progressiva ricerca esoterica.
Imbattersi in lavori come “Symbiosis”, è un po’ come aggirarsi in un locale
dubstep di Londra vestiti di nero, con il rossetto sulle labbra e il fondotinta bianco. Spesso, si corre il rischio di esasperare un'estetica già di per sé tetra. L'andatura del disco è costantemente soppressa da una dilatazione
ambient tanto austera, quanto appagante. E’ magia nera sbattuta sui piatti, o un semplice gioco di incastri
dark e appiattimenti codardi, nei quali l’elemento destabilizzante assume sembianze oscene e soluzioni pressoché contrapposte. In tal senso, basta incrociare lo sguardo con “Haxan Dub” per intuire tale mistificazione. Nelle sue metamorfosi, il ritmo indotto dai plasticosi tintinnii è frequentemente disturbato da inserti
bristoliani e cambi di direzione
afro. Così come “All Allaws Eve” induce a una lenta levitazione, disperdendo sensi e tatto in una gazzarra di digressioni vorticose, sospinte in coda da ventate malefiche al
synth.
In “Regressor”, il
groove è affetto da paralisi multipla. Mentre in “Jannisary” e “Trapped Dervish”, sembra che i due abbiano saccheggiato lo spartito da qualche mercante marocchino girando nei più squallidi sobborghi di Marrakech.
Da contraltare alla liturgia, le avvisaglie
house di “Haxan” scorrono in quattro quarti, più cassa dritta e tastierona a intermittenza. Una meraviglia. Sopra ogni cosa, “Nothing But The Night” cerca di smaterializzarsi in pulviscoli e dissonanze
dub, illudendoci attraverso un'impercettibile opalescenza. Allo stesso modo, “Conjoined” punta a un tribalismo raffinato, colto. Nelle retrovie, “Ghostly Hardware” annusa bordelli
noir, e vi resta senza mai liberare la sua energia, collassando in un mantello di droni e vellutazioni occulte.
Danzare in una cripta non è mai stato così eccitante.