I Vegetable G iniziano la loro carriera come classico duo elettronico (ma anche multimediale) formato da laptop (Giorgio Spada, anche al synth) e strumento (Luciano D’Arenzio, basso e chitarra), il cui primo frutto è “A Perfect Spring” (Minus Habens, 2003), una collezione di ritmi electro-lounge, trip-hop, vintage, ambient-techno e Air, influenzato dalla neo-electro europea.
“Epic Mono” (Minus Habens, 2005), lavoro di transizione, rompe con la claustrofobia del debutto e inizia a distendersi in un pop autoriale Merritt-oriented (ma “Capsule Of Love” è affiancato a nomi di spicco per accompagnare le immagini del film “Che cosa manca”, e un brano inedito è persino utilizzato in uno spot Mediaset). Dopo una nuova colonna sonora, “Genealogy” (Olivia, 2007) è dunque ormai suonato tradizionalmente (l’apporto del terzo membro, il batterista Maurizio Indolfi, li transita al formato bandistico a tutti gli effetti) e apertamente melodico, power-pop, cantato con armonie in falsetto e dotato persino di arrangiamenti da camera (“Go Wild”).
Infine, in “Calvino”, la transizione è amalgamata e sfruttata al meglio, conscia delle origini. Le canzoni sono preda del synth-pop dell’era Grandaddy cantato da automi industriali apatici (“Arcade Lovers”, “Electric Show”). La cantabilità rabbuiata Bowie-iana della title-track levita tra arrangiamenti orchestrali con tanto di campane tubolari, e “BW” è una corsa percussiva adornata da voci armonizzate (lo stesso dicasi per “Hal”, la sua versione festaiola).
Se la vaga atmosfera magica è incrinata dagli insistenti richiami agli Arcade Fire, (“American Lessons”, una ballata solenne che non a caso cita l’inno di Mameli, e “Space Forms”), e da una “Starchild” che rintuzza i vizi da pop classico dei due dischi predecessori, gli spettri dei Beach Boys gravi e - di nuovo - apatici di “Saucerman” rialzano la posta. Lo stesso dicasi per la ninnananna elettronica di “Satellite Tune”.
Disco albino e finto-depresso, basato sullo scrittore delle “Lezioni americane” (ma qui i tre baresi fanno leva in particolare sulle “Cosmicomiche”) che utilizza finezze di scrittura dedite a un turgido crepuscolarismo; talvolta è telefonato, tanta è la solarità nella quale alla fin fine si sfocia sempre, ma il processo che vi conduce ne riporta i dettagli narrativi, la modellazione melodica e gli strati d’arrangiamenti (con lo zampino di Enzo Moretto degli A Toys Orchestra). Registrato nelle pause del tour di “Genealogy”.