Già titolari del brillante “Static Patterns & Souvenirs”, i Lorna di Nottingham ritornano finalmente con la materia inedita di “Writing Down Things To Say”, di nuovo per Words On Music.
L’incanto sonoro è sempre presente, ma non tocca corde emotive particolarmente profonde. Spesso sovrarrangiato a vuoto (“(I Wish I Knew) How To Build A House”, “Not In My Lighthouse”), il breve disco privilegia in “Mostly Good Times” persino una melodia banalotta, mentre in “A Place That We Can Go” dimostra di accantonare le ambizioni sadcore per dedicarsi al tradizionale ricamo lounge-country.
Così, mentre canzoni come la nenia sentimentale di “Think (Let Tomorrow Bee)” e il minuetto di “Monsters Are Forever” scadono nel generico, la trance di “East Of The Stars” fatica ad elevarsi.
Solo “Mostly Good Times” riserva qualche momento della ricerca dell’opera precedente, ma il vero lato interessante dell’opera è rappresentato dal finale di “Warm Architecture”, dove palpiti festanti di fiati e organo si levano dalla canzone folk (altrimenti monotona).
Tende alla scissione, perlomeno sul fatto del nudo ascolto (i soffi diafani della Cohen e le canzoni depresse di Rolfe), il narcotico terzo lavoro della band britannica; la zizzania è il fraintendimento: non brani impalpabili, ma strategie mancanti. Maggiore è lo spazio al condimento strumentale, e - colmo dei colmi - questo non è un bene. Fischi per fiaschi anche in fase di produzione, con suoni a volontà, per quanto dreamy, sulla groppa di parti e spezzoni che si sorreggono a malapena.
Probabile cartonetto preparatorio per un misterioso “fourth album” (nome in codice: “Palace”), già cominciato nel 2007, e motivo di ritardo nella pubblicazione.