di Ljós Berinn
Veste il nero delle sacre scritture e il nero delle casse amplificate. Father Dionysios Tabakis abita da trent’anni una chiesa del XV secolo a Nafplio, ma il suo vero altare è una Harley Benton senza tasti, comprata per 135 euro, sulla quale piega le note nei microtoni della tradizione orientale.
Nato nel Pireo nel 1972, in una famiglia così povera che i genitori tentarono due volte di non farlo nascere, imparò la musica bizantina dai sacerdoti perché non c’era denaro per i conservatori. La sua prima chitarra fu di plastica, vinta a una festa di paese; poi ne costruì una con chiodi e filo di ferro su una tavola di legno. Oggi, nella sua casa gremita di strumenti – qanun, oud, cümbüş, lyra, ney, baglamas – il sacerdote trasforma i canti millenari della liturgia in un suono che oscilla tra drone metal, techno ipnotica e ambient sospeso. Un ponte gettato tra Oriente e Occidente, tra il silenzio di una navata e il fragore di un amplificatore, tra il paradiso promesso e la terra che calpestiamo ogni giorno.
Per anni, sua moglie Foteini gli ha chiesto di fare meno rumore. Poi, nell’aprile del 2026, il rumore è diventato rivelazione. “Paradise Metal“, il suo album d’esordio, è uscito in sole 150 cassette ed è sparito in poche ore.
Tabakis, che non si considera un musicista particolarmente talentuoso, guarda a tutto questo con lo stesso stupore con cui si guarda un miracolo: “Il bene e il male arrivano sempre senza invito. Questa è l’imprevista bellezza della vita”.
A settembre 2026 suonerà per la prima volta dal vivo al Making Time Festival di Philadelphia. Il sacerdote ortodosso che ha passato la vita a cantare per Dio, ora pronto a cantare per il mondo.
Perché quello che Father Tabakis ha creato non è solo musica: è un atto di trasmutazione.
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