Raf

09-11-2025

Una lunga chiacchierata con la stella del pop italiano nel bel mezzo del tour teatrale "Self Control 40th Anniversary" che prevede diverse date in vari teatri di Milano, Padova, Bologna, Roma, Napoli e Bari, con concerti che si svolgeranno fino a dicembre 2025. Il musicista pugliese, autori di innumerevoli successi negli ultimi quarant'anni, racconta gli inizi e la genesi di alcune canzoni memorabili, come la hit mondiale "Self Control", ma anche aneddoti sui suoi attuali ascolti e i progetti futuri.

Come procede il tour?
Molto bene, non ho mai fatto una data zero così, dove tutto filava liscio. Erano tutti felici come me e questo mi riempie di gioia. E poi sono entusiasta di questo nuovo spettacolo nei teatri, perché abbiamo fatto un gran lavoro di luci ma anche di scaletta. C'è tutta una prima parte solo con strumenti acustici che nei teatri rende tanto.

Questa ricerca dell'intimità è anche un po' lo specchio dell'attuale fase della tua carriera?
Non lo so, sai, nel senso che io per certi versi ho un repertorio veramente bizzarro. Ho iniziato peraltro la mia carriera con un brano come “Self Control” che avevo scritto partendo da un riff di una canzone che poi ho trasformato in un singolo dance di grande successo.

Che è anche il suo segreto, non credi?
Forse sì, perché era un po' anomalo, infatti erroneamente fu poi in qualche modo classificato da molti, anche tuoi colleghi di quel periodo, come un brano dell'italodisco, ma in realtà non aveva quelle caratteristiche.

Avranno influito i tanti remix
Sì, diciamo però che le sonorità erano diverse, c'era quel basso famoso sui quarti che non era una caratteristica tipica dell'italodisco, insomma diciamo che nel suo insieme si staccava molto da quelle produzioni italiane che avevano avuto successo in tutta Europa, erano un po' diverse le sonorità, poi sicuramente era un brano anomalo per me, per quello che io stavo facendo in quel periodo, dato che venivo da altre esperienze musicali che poco avevano a che fare con la dance.

Insomma, sei stato catapultato sulla pista da ballo.
Sì, mi si sono trovato a cantare all'improvviso e a essere così, in qualche modo riconosciuto come uno del mondo della dance di quel periodo. Poi mi sono cercato uno spazio nella musica pop italiana, anche perché l'avevo ascoltata bene fino ad allora.

Cioè prima eri più esterofilo?
Ma, sai, la musica che ascoltavo da ragazzo non era certo pop. Amavo cose che venivano dal rock progressive dei King Crimson, oppure la psichedelia dei Pink Floyd. Poi ho seguito la rivoluzione del punk e da lì mi sono affezionato ai Clash, con i quali ho avuto un'avventura...

Intendi quando apristi un loro concerto a Bologna nel 1980?
Sì, e loro manco se lo ricorderanno (sorride, ndr).

Nella tua autobiografia, “La mia casa”, racconti tutto come se fossi a bordo di una macchina del tempo. Se si pensa alle canzoni di “Cannibali”, torniamo però tutti indietro agli anni 90, a quel periodo d’oro del pop italiano. Ti sei mai sentito il pilota di una DeLorean?
Mi piace molto “Ritorno al futuro”, anche se non è tra i miei film preferiti in assoluto, però in generale non ho mai avvertito questa sensazione, questa sorta di responsabilità.

raf_304_405_1762617287Com’era Raf prima di “Self Control”?
Allora, tanto per cominciare, a diciassette anni sono andato via di casa e in autostop, praticamente. Mi sono fermato a Firenze dopo aver girato un po' di festival, dove, diciamo, poi dormivi nei sacchi a pelo. Era una cosa molto avventurosa per un ragazzo pugliese, le distanze erano anche molto più lunghe, non è come oggi con tutti gli aerei disponibili e gli infiniti mezzi che puoi prendere. Quando andavi via, non avevi il telefonino e quindi eri veramente via da casa in tutti i sensi. Nel libro racconto anche tutto questo, ossia ciò che poi mi ha portato a trasferirmi definitivamente a Firenze, dove avevo cominciato a studiare all'Istituto d'Arte, e da lì è nato tutto, anche la prima band, i Cafè Caracas. Erano anni in cui regnava l'incoscienza insieme alla voglia di avventura e di libertà, che mi ha portato a fare delle cose che spesso in certi momenti potevano essere anche molto pericolose. Non so se sia stato qualche santo a salvarmi oppure le mie energie positive.

In “Raf40: The Unreleased Duets” duetti con Elodie e Levante. Come ti sono parse?
A Elodie ho chiesto quale brano volesse fare e lei mi ha subito risposto “Due”. La sua scelta non mi ha sorpreso, perché anche una sua canzone si intitola così. Quindi è stato tutto molto naturale. Poi lei ha fatto i salti mortali, perché era super-impegnata. E’ stata molto disponibile, oltre che ovviamente brava. A Levante invece ho detto io di fare “Infinito”. Lei non era molto convinta, è una canzone che un po' la spaventava. Poi gli ho detto “guarda, provaci, vedrai che andrà bene”. Ci ha provato e così è stato. Lei oltretutto è bravissima, cioè non brava: bravissima.

A che punto sei invece con il nuovo album?
Sto scrivendo canzoni nuove e mi auguro di uscire nel 2026. Nel prossimo anno. Ad oggi però non so dirti se sarà un Lp o un Ep, comunque alla fine qualcosa uscirà e saranno tutti brani totalmente inediti.

In “Allegro tormentone” canti “niente ci salverà da una stupida canzone”. Oggi però pare che manchino i tormentoni, e lo abbiamo scritto anche su OndaRock. Secondo te, qual è il motivo?
I tormentoni sono venuti a mancare in realtà quest'estate, non so se è un trend che poi andrà avanti anche le prossime estati. C'è chi dice che molti si sono tenuti i brani tormentoni per poi presentarli a Sanremo, visto che ormai il Festival è quell'imbuto dove tutti vogliono infilarsi per promuoversi, perché è sempre di più la vetrina più importante, anzi direi quasi l'unica, ormai. E questo non è certo una cosa positiva, perché non dovrebbe essere così. Io poi mi auguro anche che il tipo di tormentoni prodotti negli ultimi anni abbia creato una sorta di nausea e quindi magari spero che si torni a fare del pop un po’ più profondo. Dopotutto anche la musica leggera si può produrre in maniera più seria. Si dovrebbe dedicare il tempo che ci vuole per fare una produzione, senza dover per forza urlare o sbraitare per cercare di mettersi in evidenza. Diciamo pure che il reggaeton non ha aiutato in tal senso.

Perché nessun musicista pop italiano avverte più la necessità di dire, anche attraverso un'iperbole, qualcosa di politico?
Non è semplice, magari tutti sono in qualche modo tentati dal farlo, ma poi subentra la paura di non piacere a qualcuno e quindi si cerca di rimanere sempre molto neutri. Spesso succede che anche un cantante poi molto impegnato nella vita abbia questioni per esempio legate all'ambiente o a temi sociali, che non emergono però nella sua musica. Oggi si cerca di adescare il pubblico cercando di evitare cose che potrebbero risultare antipatiche a qualcuno. C’è una sorta di democrazia cristiana della canzone che trovo un po' stucchevole. Bisognerebbe osare di più, ecco. Anche nel pop. Io in passato l'ho fatto delle volte, e sai che cosa succedeva invece?

Cosa?
Che quando tentavi nel pop di introdurre tra le righe temi sociali anche con delle metafore, molti neanche se ne accorgevano, oppure ti dicevano “ha sempre fatto le canzonette e ora vuol fare l’impegnato”. Quindi o eri un cantautore appunto impegnato dichiaratamente o non venivi preso sul serio. E’ sempre stato molto complicato, ecco. Devo dire che gli stessi cantautori di una volta, quelli che in qualche modo fanno ancora musica, se ci fai caso nessuno di loro tratta temi sociali come in passato.

Che musica ascolti ultimamente?
Beh, ci sono diverse cose, un po' a macchia di leopardo. E’ un enorme melting pot delle produzioni odierne, essendo rimasto comunque sia un onnivoro. Poi oggi esce talmente tanta roba che non riesci a riconoscere i talenti veri. Grazie a mio figlio, però, ho conosciuto artisti come Tha Supreme. Se uno che pensa a Raf e non lo conosce profondamente, torna sempre a “Battito animale” e quel mondo lì. Ma in realtà sin da adolescente la mia attitudine è sempre stata quella di ricercare nuovi suoni, al di là del pop e del rock, insomma, sono un divoratore di musica e anche di film.

Dunque sei attento alle nuove scene...
Certo, a sessantasei anni l'idea di essere intrippato con artisti della scena alternativa musicale di oggi non ce l’ho, però nella mia playlist ho parecchie cose che di solito i miei coetanei non ascolterebbero, e non le ascolto mai forzatamente, ma semplicemente perché mi piacciono.

E invece un musicista che ti ha cambiato la vita?
Ce ne sono tanti e cambiano a seconda dei momenti. Oggi magari mi viene da dire John Coltrane, mentre domani potrebbero essere i Pink Floyd. Però in questo momento esatto andrei più sull'italiano, per esempio ora ho proprio tanta voglia di riascoltarmi tutto d’un fiato “Rimmel”.

(9 novembre 2025)