A tre anni da “Femmina”, il ritorno di Rareș con “Sincero!” e il set con cui lo sta promuovendo in lungo e in largo per la penisola sembrano spostare il baricentro della sua musica: l’elettronica e la ricerca sonora non scompaiono, ma lasciano più spazio alla forma-canzone, con conseguente centralità dell’elemento testuale.
Dietro questo cambiamento c’è una riflessione sulla sincerità, intesa non soltanto come materia autobiografica, ma come apertura emotiva alla vita in tutte le sue contraddizioni, sfaccettature, difficoltà.
A cominciare dalla fenomenologia d’amore. Quello vero, che può anche deludere.
Una fragilità fatta di empatia, in cui mostrarsi vulnerabili diviene ragione di uno scambio profondo fra esseri umani, ma anche base del rapporto fra sperimentazione e scrittura. Il tutto all’insegna del pop.
Non è un caso, dunque, che il disco sia stato accolto molto bene, facendo anche capolino nelle classifiche di vendita (alla prima tiratura in vinile, rapidamente esaurita, ne sta per seguire un’altra entro fine agosto) e allargando il pubblico di Rareș anche attraverso la dimensione di un live ad alto grado di coinvolgimento, dove si canta, si poga, ci si emoziona, ci si affida alla musica insieme agli altri corpi che ascoltano con te. Ne abbiamo parlato con l’autore.
Ai tempi del tuo disco precedente, “Femmina”, la tua ricerca metteva in primo piano l’elettronica e anche il tuo live di allora aveva un suono quasi dance. Adesso, in entrambi gli aspetti, ti vedo da un’altra parte. Dunque quali sono state le esigenze, prima personali e poi artistiche, per abbracciare questo nuovo corso?
Non è propriamente un nuovo corso, quanto piuttosto la sublimazione di tutta una serie di esperimenti, sia in direzione più acustica sia in ambito elettronico, rispetto ai quali adesso mi percepisco un po’ nel mezzo, in una sorta di sintesi ideale. Poi magari il suono tradisce una propensione per la parte più acustica, più suonata, però, se non avessi fatto “Femmina”, con tutti i suoi svarioni, non sarei stato in grado di scremare il processo di scrittura fino al punto da cui sono partito, quindi canzoni chitarra e voce.
In corrispondenza c’è stata, come esigenza personale, una ricerca di verità sia interpersonale sia nel dialogo con me stesso.
È un vero e proprio tema per me. Credo di aver sempre vissuto una vita molto settorializzata in ambiti: la famiglia, la vita con gli amici, quella affettiva e così via, mentre in realtà ho sempre sentito l’esigenza di unire le varie sfere. Ci sono in giro dei meme che mi fanno molto ridere, tipo: io che invito a cena tutte le persone della mia vita, ovviamente con esiti rovinosi. Dunque non sono l’unico a sentirmi così. È molto difficile, secondo me, tenere nella stessa stanza tutte le situazioni della propria vita. Però io la sento un po’ come un’esigenza. Credo di aver navigato abbastanza fra la sincerità e il suo contrario, fra detto e non detto. I primi tempi delle scuole elementari mi facevo chiamare col mio secondo nome, Gabriel. Sembra una sciocchezza, ma per me è significativa. Si finge per sentirsi parte di un contesto. Di contro la sincerità è diventata l’argomento del disco, da cui anche il titolo. Ho provato a unire i puntini, o meglio mi sono messo in cammino per arrivare un giorno a farlo. È proprio un programma, un manifesto rivolto a me stesso.
E su un piano strettamente musicale?
La grande differenza fra il disco e il live di prima e il modo in cui scrivo, registro e suono live oggi è che ai tempi ero molto più impulsivo. Scrivevo improvvisando: mettevo dei loop e cantavo a ruota libera, magari tenendo buone le primissime take. In “Femmina” ci sono io in cameretta a Bologna, in uno stato di creatività un po’ muscolare, se vuoi. Però per me era importante catturare una prima emozione sulla quale poi giocare, scomponendo, ricomponendo, processando. E soprattutto inseguivo un suono il più possibile impattante. Questa volta il desiderio è invece che si capisca ciò che ho scritto: avevo bisogno di fare un disco di canzoni e ho bisogno di suonarlo. Mentre lo scrivevo mi sono chiesto cosa siano le canzoni. E sono convinto che siano uno dei più grandi strumenti comunicativi di cui disponiamo in questo momento. Forse da sempre, sicuramente dal Novecento in poi, da quando sono diventate anche un prodotto commercializzabile, che circola nelle case delle persone ed è un veicolo di predisposizione emotiva. Io avevo bisogno di usare questo veicolo e ho cercato, scrivendo, di capire come avvalermene. Non cercavo più dell’impulsività pura, non volevo delle forme libere, senza ritornelli, ma un disco di canzoni in cui la sintesi fosse un criterio fondamentale. Le demo iniziali sono molto elettroniche: la mia prima ispirazione è stato Martin Rev, “See Me Riding”, un disco incredibile che ho incrociato in una playlist di Colapesce. Martin Rev scrive in modo minimale, ogni misura vale uno, non c’è il respiro dei dischi suonati, il ritmo non è quello di una batteria umana. All’inizio i brani erano così, addirittura volevo usare solo un metronomo per fare i ritmi di tutto il disco. Poi ho capito che questa forma di ricerca musicale, in qualche modo, “nascondeva” le canzoni, le sommergeva. E così ho pensato di separare il filone degli esperimenti musicali da quello dello sviluppo di una canzone vera e propria. Unire le due cose, allo stato attuale, rischiava di farmi perdere sia il momento del gioco musicale sia quello della ricerca rivolta a una canzone bella, compiuta, con la forma giusta. Io vorrei che mio fratello ascoltasse questo disco. È un odontotecnico, ha un figlio, lui e sua moglie lavorano tantissimo, non hanno tempo di ascoltare la musica. Scrivendo pensavo alle persone come loro.
Infatti ci sono degli strumentali nel disco. In quei pezzi c’è la sperimentazione che dici?
Sì, sì, è stato bello perché il disco era già scritto e in quei due momenti abbiamo giocato un po’. Con Tobia, Novecento, un mio fratello nella musica, con cui ho fatto tutti i dischi e con cui suono anche dal vivo, per intro e outro abbiamo usato elementi della title track, in modo da racchiudere tutto il disco nel tema che lo ha ispirato.

Com’è l’onda emotiva di questi pezzi quando li fai dal vivo?
Molto forte. Ci sono due o tre brani che sono difficili da cantare perché ho sublimato delle cose che ho vissuto, o racconti di persone a cui tengo molto, quindi è un disco in cui ho messo tante cose che volevo in qualche modo risolvere, chiudere, ma anche conservare. Durante la performance vengono fuori i demoni e quando accade sono momentii estremamente delicati, intensi. Le persone si immedesimano e cantano con me, però vivendo altri ricordi, situazioni e storie personali. Mi colpisce che mi torni indietro il loro labiale delle parole, anche se quelle parole sulle loro labbra hanno significati differenti, che li riguardano da vicino. L’emozione di base però è la stessa ed è questa la magia della performance dal vivo, una magia che porta la canzone a compimento.
Prima mi hai citato appunto come influenza Martin Rev, almeno nella scrittura iniziale. In realtà, ascoltando il disco, io ho sentito un’elaborazione della tristezza che mi porta addirittura ai jazzisti quando cantano. Hai presente un Chet Baker che canta “So che ti perderò” in italiano? Te lo chiedo perché nel tuo corredo genetico vedo questo cromosoma di voce in grado di decantare la tristezza verso un punto lontano. Ti è mai accaduto di ascoltare Chet?
Quando lo hai nominato ho avuto un brivido. C’è stato un momento nella mia vita in cui ho vissuto tantissimo il jazz e non da solo. E Chet Baker in particolare, anche il Chet Baker cantante, è proprio un picco emotivo nella mia vita da musicista e da fruitore di musica. Sono davvero sorpreso che tu lo senta nella mia musica, perché non è jazzistica e non è cantata in quel modo. Evidentemente, però, questa influenza esiste e ha parlato direttamente alla tua sensibilità. Mi hai sorpreso in senso buono e nello stesso tempo mi hai riportato alla genesi di questo disco.

In un album che nasce da istanze così personali, però, ci sono dei feat. Come li hai gestiti?
È un fatto legato a un altro dei temi portanti del disco, cioè il senso di comunità. Ogni tanto, e non faccio nomi, ma parlo in particolare di un artista molto grosso, c’è un personaggio che usa ringraziare fratelli, famiglia, ma poi aggiunge che se è arrivato al punto in cui è ora “lo deve solo a sé stesso”. Per me non è così, perché se per un effetto domino succede che, per sbaglio, la tua discografica non lavora più per te, il tuo editore non lavora più per te, il tuo management ti lascia a piedi, eccetera, eccetera, tu puoi pure essere arrivato in cima, ma se sei da solo sei destinato a cadere. Per me fare musica è anche un modo per dare vita a una comunità, non solo musicale, ma umana. Le persone coinvolte sono tutti miei amici. Prima di metterci a suonare abbiamo sempre fatto una cena, un aperitivo, siamo stati insieme, abbiamo camminato, abbiamo parlato. Ecco, io voglio essere questo. Nei tre lunghi anni in cui, per varie vicissitudini, non ho fatto niente, il loro supporto è stato veramente importante. Tobia, aka Novecento, che ha valutato quattro o cinque versioni diverse dei nuovi pezzi e mi ha sempre seguito meticolosamente, Jako, che ha scritto e cantato con me “Giorni di sole”, Marco Giudici, che mi ha messo a disposizione lo studio, la sua strumentazione, Faccianuvola, lo stesso Giovanni Truppi, con cui è arricchente lavorare anche per via della differenza anagrafica. Anche con lui stiamo continuando a sentirci e a lavorare insieme su delle altre cose. E poi ci sono Gaia Morelli, cantautrice bravissima con una voce meravigliosa, Ok Giorgio, con cui ho avuto uno scambio bilaterale bellissimo, Lorenzo Travaglini, che, dopo varie vicissitudini legate all’inondazione romagnola, ha aperto il Bosco Studio sugli Appennini, dove ha inciso Gaia Banfi, per esempio. Lorenzo ha suonato quasi tutte le parti di piano di “Sincero!”, mi ha ospitato due settimane nel suo studio incredibile, aiutandomi ad arrangiare il disco e insegnandomi praticamente a suonare il pianoforte. Queste sono cose che non hanno un prezzo.
E che mi sembra, visti anche i nomi citati, abbiano anche un valore politico di resistenza culturale. Che ne pensi?
Certamente. Ci sono anche nel disco momenti politici in senso stretto, come quando in “Giorni di sole” canto “costruiremo insieme un’altra volta un rifugio / per stare al sicuro dagli americani”. In quel passaggio del testo rispondo a un’esigenza di espormi anche su un piano politico in senso stretto, ma ce n’è uno più ampio, altrettanto importante per me e che comunque viaggia nella stessa direzione. Da un lato ho cercato di rendere le mie canzoni accoglienti, inclusive. D’altro canto ho cercato di rimanere vulnerabile, perché so che la vulnerabilità rende più forti e che mostrare un dolore sublimato può servire a fare stare meglio, a essere comunità. Tante persone rivedono nei pezzi il proprio amore, un figlio, il rapporto con i genitori. Per questo mi piace pensare che la mia sia una musica militante, nel senso che prende posizione contro ogni forma di individualismo.