In tanti gli riconoscono, per lo più, le gesta sui palchi sanremesi, alle prese con un pop che di italiano aveva poco sia nel linguaggio sonoro che in quello delle parole, ma che possedeva la freschezza e l’efficacia giuste per arrivare alle orecchie di una moltitudine di ascoltatori. Se poi le cose – quanto a popolarità mainstream – sono cambiate, è dovuto al fatto che, a differenza di molti altri exploit anche prolungati, nel caso di Garbo è stato il successo di massa a “ricercare” il musicista, e non viceversa, e questo non perché – crediamo – egli non ami le folle, ma più semplicemente perché non sembra il tipo di persona disposta a inseguirle a ogni costo. Tutto ciò, assieme ai suoi dischi, è qualcosa che ha a che vedere con la coerenza. Altri, al suo posto, avrebbero (anzi hanno) cavalcato l’onda, si sarebbero (si sono) resi più compiacenti, con qualche lisciata di pelo in più, tra una comparsata qua e là e un ritornello ruffiano, pur di preservare la propria rendita di posizione.
E invece Garbo ha tirato dritto senza paura, come le nuvole della sua “Generazione”, sorvolando in silenzio marchette, talent show, isole dei famosi con migliori anni annessi, e disegnando nel contempo una traiettoria che ha finito col renderlo un punto di riferimento costante, pur nel suo mutare. Non serviva certo arrivare al 2016 e a questo abbrivio di ultimo (!) tour della carriera per scoprirlo: è bastata l’uscita di “Fine” lo scorso anno (colpevolmente bypassata dalla nostra rivista, ma solo per l’ignavia – e i mille impegni – di chi vi scrive), con quel suo mix di melodie e leccornie post-industriali (recuperatelo, se non lo avete già fatto), nonché le “prove generali” live che ne sono seguite, per capire che quest’ultimo tassello non può essere uno dei tanti, né tantomeno quella fine che può essere travisata nel titolo dell’album.
Sembra semmai un ennesimo, nuovo, inizio. Succede infatti che il “deus ex machina” delle vicende artistiche di Renato Garbo del nuovo millennio, Luca Urbani, dopo anni di lavoro compositivo più o meno oscuro e di sapiente regia in sala d’incisione, si prenda i titoli di testa a fianco del nostro e che, in compagnia di Matteo Agnelli (chitarra), Andrea Pellegrino (basso) e Alessandro Parietti (batteria), lo affianchi con regolarità anche sul palco: ebbene, vi basti sapere che quanto ne è uscito è più della somma delle singole personalità artistiche messe in campo. Questione di alchimie, e di tempo (giusto), guarda caso.
Chi si è presentato all’appuntamento luganese nella lussuosa cornice della Radio Svizzera Italiana lo scorso 10 ottobre con l’intento di farsi un’overdose di karaoke rimembranti i tempi che furono – speriamo pochi, se non nessuno – temiamo che sia rimasto deluso. I ricordi, è vero, ci raccontano quello che siamo oggi, ma poi che c’è chi vi si rifugia dentro, e chi al contrario li considera solo un pretesto per raccontarsi, qui e ora. E, manco a dirlo, Garbo & co. hanno imboccato la seconda strada, sciorinando elettricità a profusione, proponendo parte del nuovo e validissimo repertorio, e vestendo di abiti nuovi quelli che potevano essere i “ricordi” del passato, ma che invece si sono presentati per quello che sono: dei classici dell’art-pop tricolore che hanno passato indenni la prova del tempo (ancora il tempo? Già, ma vi avevamo avvisato). Ed così che, con la rilassatezza e il genuino divertimento di chi non deve dimostrare nulla a nessuno, ci sono passati davanti agli occhi, e dentro alle orecchie, tanto i sintetizzatori acidi di “Quando cammino” che le morbide vibrazioni di “Radioclima”, sia le saturazioni decadenti di “Sembra” e l’arcigna suadenza de “Il fine” che il neoromanticismo di “A Berlino… va bene” e di “Quanti anni hai?”. Tutte insieme appassionatamente, nell’insegna di una continuità che è si rivelata, allo stesso tempo, una rottura degli schemi prestabiliti: per fare questo, avere una band vera alle spalle aiuta, eccome. In mezzo e in coda allo show anche Luca Urbani, seconda voce e anima grigia del combo, si è preso la scena in solitaria, nella rievocazione dell’epopea sintetica dei Soerba, con l’ambientale “La bellezza” e con il contagioso refrain “I Am Happy” direttamente da “Sanremo Giovani” 1998.
Il video completo dello showcase (dal minuto 5:30)