01/05/2026

Artisti vari

Parco Archeologico delle Mura Greche


Quando si esce dal bar dopo aver preso un caffè a Taranto, tutti si augurano buon Uno Maggio. Questo modo di salutarsi risulta vagamente alieno a chi viene da fuori e dà la misura di quanto la Festa dei lavoratori, con concerto annesso, sia realmente sentita dai tarantini. “Uno Maggio Libero e Pensante” resta una delle poche grandi rassegne italiane autofinanziate, motivo per cui nessun artista della line-up ha censurato temi scomodi o divisivi, che sia attraverso i ritmi incalzanti e leggeri dei Rekkiabilly o nei potenti volteggi jazz&soul delle Canta fino a Dieci.

Canta fino a dieci

A proposito di Canta fino a Dieci: il mondo ha profondamente bisogno di un loro album. Rossana De Pace, Sirlene, Anna Castiglia, Chriarch Re e Irene Buselli sono le componenti di un progetto transfemminista e scrivono per persone ‘libere e pensanti’, anche se alla fine la loro musica fa fluttuare. Durante l’esibizione si sono mosse su un impianto minimalista fatto di chitarre, basso e poche percussioni, da cui si levano armonizzazioni vocali nude e semplici, tanto da coinvolgere il pubblico e creare una comunità corale composta da centinaia di persone.
Si può dire, senza timore di sbagliare, che la cifra migliore dell’Uno Maggio sia stata proprio la collaborazione: sul palco e tra il palco e platea. Una sinergia resa possibile dal radicamento sul territorio dei tanti artisti tarantini, ma anche dal fatto che nessuno di loro ha diviso l’arte dalla politica. È bello veder dialogare sul palco tre generazioni di artisti di strada ‒ Don Ciccio, Mama Marjia, Fido Guido e Kid Yugi ‒ che hanno fatto del mix tra reggaeton, hip-hop e, financo, sprazzi di neomelodico un insieme molto apprezzabile, a prescindere dal gap linguistico che comunque non allontana chi non pratica il dialetto tarantino.

Cigno

Per continuare sul filone del rap impegnato c’è Gemitaiz, al suo secondo anno a Taranto, ormai praticamente un artista di casa. Poi fanno il loro ingresso sul palco i Cigno, progetto artistico di Diego Cignitti. Impongono un cambio di registro, producendo rumori e distorsioni portatandosi direttamente sul palco l’inconsueta strumentazione utile a emetterli, senza bisogno di una previa campionatura. Forchettoni, sirenette e catene sbattute forsennatamente creano un’atmosfera infernale e decadente, perfetta per il contesto dell’esibizione. In dieci minuti scarsi di presenza sul palco, il pubblico ha seriamente corso il rischio di volarsene via, trasportato dal vento gelido che puliva continuamente il palco dai fumogeni rossi e viola. In questa imbottitura distopica di dissonanze che rendono il post-punk dei Cigno così riconoscibile, a mantenere una parvenza di razionalità c’erano la linea di basso e la batteria.

Se finora la musica era stata sentita e vissuta attraverso la ricerca di scelte sonore e ritmiche degli ospiti sul palco, dal tardo pomeriggio l’Uno Maggio di Taranto si è spostato su un cantautorato più o meno tradizionale.
Margherita Vicario, però, ha poco o nulla di tradizionale, da artista poliedrica qual è: autrice dalla penna graffiante, su un comodo tappeto ballabile che in “Ave Maria” e “Mandela” si riempie di vibrazioni a tratti latineggianti, capace di far passare tutta la sua visione del mondo senza aver bisogno di chiedere il permesso.
Su un impianto simile nello spirito, ma molto diverso nella realizzazione, si sviluppa la composizione di Marco Castello, che innesta su una base funky essenziale testi in cui passa dalla critica all’overtourism alla celebrazione della natura della sua terra, la Sicilia.
La narrazione espressiva di Giorgio Poi sembra essere stata messa lì appositamente per prepararci anche fisicamente all’intervento di Brunori Sas. Un autore sopraffino, Dario Brunori, che non ha bisogno di presentazioni e che, nonostante tutto, dà l’impressione di chiedere il permesso di farci emozionare, facendo dell’autoironia esplicita un perfetto gancio con il pubblico. Se con “Lamezia Milano” si esaurisce la sua carica ritmica (parole sue, non mie), con “L’albero delle noci”, “Canzone contro la paura” e “La verità” mescola, come il più abile alchimista, riflessioni sul senso della vita che potrebbero assumere la forma di pillole amare e che invece hanno il sapore della consolazione paterna.

Non è stato facile tornare ad altri beat con i Sì Boom Voilà, che hanno portato sul palco un genere che normalmente resta confinato in centri sociali, spazi occupati o micro-palchi di quartiere: un hardcore in sintonia con il clima dell’Uno Maggio. Michelangelo Mercuri si muove su un parlato veloce, quasi rappato, senza mai scivolare nel freestyle puro. Chitarre (Davide Lasala e Giulio “Ragno” Favero), basso (Roberta Sammarelli) e batteria (Giulia Formica) costruiscono un impatto compatto e aggressivo: non fanno prigionieri e saturano lo spazio sonoro. Avrebbero meritato un minutaggio più ampio ma, ecco, era necessario lasciare spazio ai Subsonica.

Subsonica

Non si poteva chiedere di meglio per chiudere la serata. I Subsonica aprono l’esibizione con “Straniero”, tratto dall’ultimo disco della band torinese nel trentennale della carriera: una filastrocca tribale per come è costruita, che invoca l’intervento della platea sul “boom” ritmico a chiudere ogni verso del ritornello. La tensione elettronica di “Diluvio” cresce per stratificazione: synth larghi, bassi pulsanti e una ritmica che non esplode mai del tutto, ma resta in sospensione. “Liberi tutti”, insieme a un Willie Peyote totalmente inaspettato, riporta il palco verso toni più marcatamente politici. Chiudono la performance con “Preso blu”, con un’esecuzione calda in grado di rendere ancora più osmotico il rapporto tra linea vocale e trama elettronica.

Nessuno avrebbe voluto andarsene, ma il tempo a volte è tiranno, esattamente come gli spazi di scrittura. Specchio di un assedio che fa il paio con quello che vive la città di Taranto, tra Marina Militare e il fantasma dell’Ilva. Almeno per un giorno, le onde sonore ad alti decibel e ad alti bpm hanno allontanato le polveri ferrose. Visto e considerato il vento che soffiava, probabilmente ne avranno spazzata via una buona parte, lasciando la città libera di respirare.