21/11/2025

Ministri

Hacienda, Roma


Quello fra i Ministri e la Capitale è stato sempre un legame molto speciale. La band milanese ci tiene a ricordarlo ogni volta che si esibisce a Roma, e anche questa sera, fra le mura dell’Hacienda, accogliente e raccolto live club in zona Tiburtina, Federico Dragogna racconta le serate trascorse nel defunto Circolo degli Artisti, il luogo dove il gruppo diede il via alle prime scorribande nella Città Eterna. Lo ricorda con affetto, e anche con un po’ di nostalgia: erano tempi – dice – in cui si riusciva a vivere meglio con la musica. Eh sì, i dischi si vendevano ancora, e i Ministri sembravano destinati a un successo ben più grande di quello che poi è stato: una ventina d’anni dopo li avrei immaginati minimo a riempire i palazzetti, e invece non è stato così, per la gioia del pubblico che continua ad avere la possibilità di vivere in maniera ravvicinata tutta l’energia che il gruppo è in grado di sprigionare.
Sono tante le dichiarazioni che la band rilascia fra una canzone e l’altra, c’è un dialogo continuo con la platea, facilitato dal senso di rilassatezza che contraddistingue un tour in dirittura d'arrivo, nel quale questa è la seconda data fra le mura dell’Hacienda, un posto già testato la sera precedente.

Sono stati due decenni ricchi di soddisfazioni per i Ministri, da tempo fra i maggiori riferimenti del circuito alt-rock italiano, un’istituzione, un trio autorevole, esperto, amato, con un suono personale e riconoscibile, citato spesso come fonte d’ispirazione dai “rocker con la chitarra” della generazione successiva. Questo tour funge da canale promozionale per il recente album “Aurora popolare”, attraverso il quale il trio conferma di avere ancora intatta un’urgenza da trasmettere, per mezzo di composizioni nervose, fragorose, come “Avvicinarsi alle casse”, che ha aperto tutti i concerti di questa serie, “Buuum” e “Squali nella Bibbia”, nitroglicerina pura, pronta a deflagrare in qualsiasi momento.
Dragogna afferma come i Ministri non siano molto bravi a scrivere ballad d’amore, forse perché non si innamorano abbastanza, a differenza di tutte le starlette del pop che riescono a produrne a ripetizione; i Ministri preferiscono parlare d'altro, di argomenti che quasi nessun artista tratta oggi in Italia, ad esempio di lavoro: è l’introduzione per “Piangere al lavoro”, una delle tracce più amate del nuovo album.

Le canzoni di “Aurora popolare”, ne vengono proposte sette sulle dieci complessive, sono abilmente alternate ad alcuni dei grandi classici della formazione milanese, fra i quali nella prima parte dello show svettano “Comunque”, “Gli alberi” e “Sabotaggi”, davvero niente male.
Il momento catartico giunge – come spesso accade – in corrispondenza de “Il bel canto”, quando Divi Autelitano scavalca la transenna, chiede al pubblico di fargli spazio al centro della sala e invita tutti a sedersi a terra, mentre Federico da solo sul palco lo accompagna con la chitarra acustica. Momento di un‘intensità indimenticabile, al quale fanno seguito gli abbracci con alcuni dei fan che si son ritrovati a viverlo accanto a lui, e un paio di minuti di pausa per recuperare il fiato.
Poi è la volta dei bis - cinque evergreen in tutto - inaugurati da “Noi fuori” e chiusi da “Abituarsi alla fine”, con tanto di stage diving dello stesso Divi, tanto per non trascurare le buone tradizioni.

Impegno politico, attenzione al sociale, e un nuovo album, “Aurora popolare”, che si presenta con le sembianze di un manifesto generazionale, la descrizione degli stati d’animo di chi oggi si avvicina al traguardo degli -anta, oppure vi è appena entrato. Giovani donne e giovani uomini divorati dalla disillusione, dilaniati da insuccessi e frustrazioni, senza più alcuna verità intatta, spettatori inermi della graduale disintegrazione dei propri sogni. Tutte le vite che ci si prometteva appaiono all’improvviso irraggiungibili, mentre l’incertezza lavorativa costringe a fare i conti persino col desiderio di maternità. E’ un disco carico di esasperazione, dal quale trasuda una sensazione di irrimediabile sconfitta, fra insuccessi personali e la preoccupazione per l’instabilità politica e militare che sta affliggendo il pianeta, con troppi conflitti di difficile risoluzione che lasciano emergere la fragilità dei sistemi pensati per proteggerci.
Sono questi gli argomenti portanti delle canzoni del disco e del concerto di questa sera: non c’è quindi molto da sorridere né troppo da stare tranquilli, ma i Ministri hanno la scorza dura e anche questa volta scelgono di indossare le giacche napoleoniche per affrontare una nuova battaglia. All'orizzonte scrutano l’eterna attesa di una protesta forte che non arriva mai, di una rivolta qualunque che resta sempre troppo blanda, ma attraverso le loro canzoni continuano a soffiare forte su quella scintilla, sperando che possa presto alimentarsi e trasformarsi in un incendio in grado di scuotere dal torpore borghese, concretizzando la tanto auspicata “Aurora popolare”.

A un certo punto Divi fa notare quanto sia importante tracciare una strada per gli artisti emergenti della scena indipendente nazionale, creare una struttura, una rete, un’organizzazione, affinché le nuove band possano più facilmente percorrere il proprio cammino. Superati i quarant’anni d’età, i Ministri percepiscono come prioritario l'obiettivo di trasmettere il proprio know how e di assicurare spazi vitali. In quest’ottica si pone l’attenta scelta delle opening band (sottolineano come non tutti diano attenzione a questo aspetto: è una scelta che ha un costo...), da sempre fra i punti di forza dei loro show. Questa sera ad aprire sono stati i Light Drown, cinque giovani con un album all’attivo (“Manifesto”, diffuso lo scorso marzo) e un singolo fresco di pubblicazione, “Fabbriche”. Nell’album c’è una canzone che si intitola “Fuori”, nel testo di un’altra compaiono le parole “tempi bui”: i Ministri devono essere qualcosa di speciale per questi ragazzi.
Considerato il livello altissimo delle opening band scelte nel tempo dai Ministri (ricordo in due diverse occasioni Fast Animals And Slow Kids e Winstons, giusto per citarne due fra le più clamorose), essere su quel palco non può che essere considerato come decisamente beneaugurante.