Potrò entrarci senza conoscere nessuno, ma posti come l’Altroquando per me sono casa. Potrò anche non sapere chi suonerà quella sera, ma so già che difficilmente mi lascerà deluso. Soprattutto se è una delle serate organizzate dalla benemerita Go Down Records, che, dalla pedemontana trevigiana, è diventata una sorta di nume tutelare per innumerevoli realtà stoner, garage e rock-punk in giro per lo Stivale e oltre. Le serate del Maximum Fest sono l’apoteosi dello spirito e dell’attitudine di quest’etichetta. Ogni gruppo sale sul palco per una cinquantina di minuti, senza una vera e propria gerarchia. Annoiarsi è impossibile, nonostante si inizi suonare fin dal primo pomeriggio.
Quando entro nel locale, stanno per suonare i To the Max!, trio veronese devoto agli Hellacopters più scatenati: un rock con parecchia attitudine punk e che ha come ragione di vita quella di far scorrere birra e sudore. Poi, certo, per l’originalità meglio ripassare, ma la gente era lì per muovere il sedere (e vederne muovere altri), non certo per essere stimolata intellettualmente.
Puntuale alle 20,30, dopo un breve check, sale sul palco la principale ragione per cui eravamo lì: i Not Moving (chi scrive è fiero possessore degli Ep d’esordio “Strange Dolls” e “Movin’Over” in vinile), da quarantacinque anni in attività, con figure leggendarie in formazione come la cantante Lilith, il batterista Tony Face e, soprattutto, quel monumento vivente alla scena alternativa italiana che risponde al nome di Dome La Muerte.
Va detto che il gruppo non era lì per autocelebrarsi, per quanto si tratti di un sedicente “final tour”: relativamente pochi sono stati i loro brani storici riproposti (parliamo di una discografia non particolarmente folta, comunque). I quattro ragazzi (formazione con due chitarre e senza basso, a modello Cramps, uno dei paragoni più immediati che vengono in mente quando si parla dei Not Moving) si concentrano soprattutto sull’ultimo disco “That’s All Folks!”, uscito l’anno scorso, in cui danno sfogo al loro amore per la musica e le suggestioni tipiche dell’Americana (Gun Club in primis, ma anche X). Brani come “Saphran Road”, “Wyoming Girl” e “But It’s not” portano l’ascoltatore “tra la via Emilia e il west”, come diceva Guccini. E sul palco, se l’irruenza della giovinezza ormai non la si può più pretendere (i loro concerti erano famosi per essere ipercinetici e spesso violenti), passione e mestiere sopperiscono alla grande. La voce di Lilith è sempre caldissima e sul palco, nonostante gli anni siano passati e i capelli neri con la pettinatura alla Siouxsie siano un ricordo, sotterra il pubblico con badilate di carisma e sex appeal. Dome la Muerte grattugia la chitarra con la sua aria da comparsa di un film Hammer, incutendo il rispetto delle icone.
Poi, chiaramente, i momenti migliori sono le riproposizione di brani storici come la scatenata “Spider” o l'oscurissima “Baron Samedi” e, soprattutto, la lunga e devastante cover di “Venus In Furs” dei Velvet Underground che ha chiuso la scaletta, tra tonnellate di feedback.
“Siamo vecchi, siamo noiosi, siamo boriosi… ma facciamo un po’ il cazzo che ci pare”, ha detto tra un brano e l’altro Lilith. Vorrei arrivarci io così a 60 anni.
(Foto di Giorgia Brognara)