C’è un verso nell’omonimo poema di Ted Hughes da cui Thom Yorke e Jonny Greenwood hanno mutuato il nome per questa creatura a tre teste che recita: “Non è il sorriso di chi è felice, è il sorriso di chi ti mente ogni giorno”. In questa singola, raggelante immagine si condensa l’intera poetica, l’impalcatura concettuale e l’urgenza espressiva degli Smile, un progetto nato nel silenzio asfittico dei lockdown pandemici e tramutatosi, nel volgere di tre dischi titanici, nella reincarnazione più vitale, nevrotica e allucinata dell’anima divisa in due dei Radiohead.
Per decifrare il codice genetico di questa band non si può prescindere dal fantasma ingombrante della casa madre: se i Radiohead dell’ultimo decennio si sono progressivamente trasformati in un’entità mastodontica, una democrazia iper-intellettuale in cui ogni scarto millimetrico è frutto di estenuanti compromessi e stratificazioni (fino all’eterea stasi di “A Moon Shaped Pool”), i The Smile rappresentano la fuga dal labirinto. Sono l’Es liberato, l’istinto animale che riprende il sopravvento sul Super-Io. Con l’innesto di Tom Skinner – batterista di estrazione jazz, già motore poliritmico dei Sons of Kemet – Yorke e Greenwood hanno aggirato l’infrastruttura concettuale del quintetto per ritrovare l’agilità predatoria del trio. Il risultato è un cantiere aperto di nevrosi e meraviglia, un percorso musicologico in cui l’analisi emotiva dell’alienazione contemporanea si fonde a un rigoroso scavo sonoro, passando per la frenesia math-rock, le dilatazioni orchestrali e il glitch-funk, il tutto cucito dal falsetto dolente di Yorke, che fluttua come uno spettro sopra le architetture asimmetriche costruite dai compagni.
Quando A Light For Attracting Attention deflagra nel 2022, sotto l’egida storica del sesto Radiohead, Nigel Godrich, lo fa con l’urgenza di un nervo scoperto. È un disco di spigoli e vertigini, in cui l’elettricità torna a mordere i cavi dopo anni di derive ambientali. I cenni stilistici sono fin da subito un manifesto di intenti: la chitarra di Greenwood abbandona le coltri atmosferiche per riabbracciare il delay sincopato, il fingerpicking ossessivo e le accordature alternative, scontrandosi con le linee di basso fuzz spesso imbracciate dallo stesso Yorke, in un contrappunto che deve tanto al kraut-rock dei Can quanto all’afrobeat di Fela Kuti. Tale immersione totale nel groove si materializza compiutamente in “The Smoke”, un brano che si allontana dalle nevrosi chitarristiche per farsi guidare da una linea di basso dub circolare e dal drumming sincopato di Skinner, su cui Yorke evoca liriche di purificazione attraverso il fuoco (“Set myself on fire”).
Ma è con l’urto post-punk di “You Will Never Work In Television Again” che emerge la genesi più istintiva e brutale della band: suonato in un martellante 5/4, è un rigurgito di chitarre abrasive dove Yorke abbandona i falsetti eterei per un’invettiva cruda contro gli abusi di potere (“Bunga bunga or you’ll never work in television again”), restituendo un’urgenza vocale rabbiosa. Skinner non si limita a tenere il tempo, ma lo scompone, lo dilata, costringendo i due sodali a rincorrere il groove su tempi dispari e accenti spostati, lontano dalla seppur magistrale precisione metronomica di Phil Selway. Un manifesto puro per queste nuove architetture math-rock è “Skrting On The Surface”. Costruita su un intricato tempo dispari in 11/8, la traccia è dominata dal fingerpicking a cascata di Greenwood, esaltato da un uso chirurgico dei pedali delay, mentre il testo affronta fatalisticamente la caducità dell’esistenza (“When we realize that we are broken/ Nothing mends”), dipingendo gli esseri umani come pattinatori su un ghiaccio sottilissimo.
In questo caos controllato, emergono abissi di disarmante fragilità acustica e orchestrale, momenti in cui la maschera cade e l’angoscia globale si fa confessione intima. È il caso della struggente “Free In The Knowledge”, dove su un tappeto di archi cinematici Yorke canta: “Free in the knowledge that one day this will end/ Free in the knowledge that everything is change” (“Liberi nella consapevolezza che un giorno tutto questo finirà/ Liberi nella consapevolezza che tutto è cambiamento”). Qui, il parallelismo con l’ascetismo rassegnato dei Radiohead è tangibile, ma ci sono un’immediatezza cruda e un senso di ineluttabilità che non cerca rifugio nell’elettronica, ma si espone nudo di fronte al crollo dell’essere.
Ma è con il secondo capitolo, Wall Of Eyes (2024), che gli Smile compiono il vero salto nel buio, recidendo parzialmente il cordone ombelicale dell’estetica per affidarsi alla produzione più terrigna e tridimensionale di Sam Petts-Davies. Il suono si espande in una vertigine panoramica, registrata nei mitici studi di Abbey Road, dove la claustrofobia math-punk del debutto lascia spazio a mutazioni bossa-nova avvolte in una nebbia di terrore strisciante. Il disco è un capolavoro di sottrazione e tensione, un ecosistema in cui gli arrangiamenti d’archi della London Contemporary Orchestra, curati maniacalmente da Greenwood, non sono mero abbellimento, ma sciami di insetti dissonanti che corrodono la melodia dall’interno.
Questa nebbia armonica raggiunge il suo vertice assoluto nell’elettronica spettrale di “Teleharmonic”, dove i sintetizzatori Prophet avvolgono la voce mentre la batteria di Skinner frammenta il ritmo con poliritmie quasi impercettibili, a supporto di un testo che è un testamento disilluso (“Payback/ Fire and ice”). Altrettanto perturbante, seppur sotto mentite spoglie, è “Friend Of A Friend”: il brano si regge su un pianoforte dal sapore McCartney-iano che scivola su un tempo in costante mutazione, cullato da una linea di basso sinuosa. Qui gli archi non si limitano ad accompagnare, ma minacciano, gonfiandosi in un crescendo straniante che fa da specchio a un’acuta e grottesca osservazione dell’alienazione urbana e del distanziamento sociale (“All the window balconies/ They seem so flimsy”).
Il vertice assoluto di questa discesa agli inferi è “Bending Hectic”, otto minuti di epopea motoristica e psicologica che riscrivono le coordinate del rock contemporaneo. Il brano si regge su un glissando chitarristico continuo, un’accordatura che scivola lentamente nel vuoto mentre Skinner spazzola i piatti con levità jazzistica; è la narrazione di uno schianto imminente, un suicidio automobilistico sulle Alpi italiane che diventa metafora di una resa totale alle forze oscure del nostro tempo. Quando Yorke sussurra, quasi esalando l’ultimo respiro prima del feedback chitarristico più assordante e liberatorio mai registrato dai due dai tempi di “The Bends”: “I’m letting go of the wheel/ It might be as well/ It might be as well/ I’ve got these slings/ I’ve got these arrows/ I’ll force myself to turn” (“Sto lasciando andare il volante/ Potrebbe andare bene così/ Potrebbe andare bene così/ Ho queste fionde/ Ho queste frecce/ Mi sforzerò di girare”), l’ascoltatore è scaraventato contro il parabrezza dell’esistenza, in una catarsi sonica che frantuma ogni confine tra rock alternativo e avanguardia novecentesca.
A chiudere questo impressionante e ravvicinato trittico giunge Cutouts (2024), gemello eterozigote nato dalle medesime, torrenziali sessioni di Wall Of Eyes, ma dotato di una personalità diametralmente opposta, spigolosa e cinetica. Se il disco precedente era un affresco ad acquerello lasciato a sbiadire sotto una pioggia acida, Cutouts è un’architettura brutalista al neon. È l’album in cui l’interazione ritmica tra i tre raggiunge il suo parossismo: i pattern di Skinner si fanno ancora più intricati e tribali, innestandosi su loop di synth granulari, chitarre arpeggiate a velocità innaturale e linee di basso dal sapore funk-mutante. È un lavoro di incastri chirurgici, di ritagli (cut-outs, per l’appunto) sonori cuciti insieme con la sapienza di chi domina la materia musicale al punto da poterne sbeffeggiare le regole. Questa esaltazione della chimica del trio si sublima in “Eyes & Mouth”, un vero e proprio climax jazz-punk dove gli incastri ritmici tra la chitarra sincopata e i pattern percussivi raggiungono la massima tensione. Qui, il falsetto di Yorke si fa esso stesso strumento ritmico, sviscerando l’incomunicabilità in un labirinto sonoro vertiginoso. Si respira un’aria di surreale alienazione digitale, un groove apocalittico su cui Yorke dispiega liriche intrise di cinismo burocratico e tecnocrazia strisciante.
In “Zero Sum”, sorretto da un riff chitarristico che sembra esplodere in mille frammenti di vetro, Yorke sputa sentenze contro il collasso del sistema: “A physical bypass/ A physical bypass/ They’re thinking all the ways/ To cut you down to size/ The gleaming white/ The windows of the enterprise” (“Un bypass fisico/ Un bypass fisico/ Stanno pensando a tutti i modi/ Per ridurti a misura/ Il bianco sfolgorante/ Le finestre dell’impresa”). Il falsetto si fa scherno, la poliritmia si fa gabbia dorata.
L’intero arco narrativo degli Smile, da A Light For Attracting Attention a Cutouts, si rivela così non come un mero divertissement in attesa del risveglio dei Radiohead, ma come un’entità a sé stante, formidabile e necessaria. Hanno preso il trauma del nuovo millennio, l’hanno dissezionato con la freddezza dei musicologi e l’hanno suonato con il sangue, il sudore e la ferocia di una rock band chiusa in una stanza, ricordandoci che mentre il mondo brucia, possiamo ancora fissare le fiamme, battere il piede fuori tempo e sfoderare, finalmente, un sorriso.