“Non ci riconoscevamo nell’industrial quanto l’industrial si riconosceva in noi”. Stephen Mallinder riassume così il rapporto dei Cabaret Voltaire con un genere che hanno contribuito a plasmare senza mai accettarne del tutto i confini. Intervistato da Tom Phelan su Far Out, il cantante e cofondatore della formazione di Sheffield ripercorre la nascita dell’album “Code” del 1987, tornato ora in una nuova edizione rimasterizzata, mentre il tour d’addio porta verso la conclusione una delle esperienze più importanti e influenti dell’elettronica britannica.
I Cabaret Voltaire e la ristampa di “Code”
Fondati nel 1973 da Mallinder, Richard H. Kirk e Chris Watson, i Cabaret Voltaire hanno attraversato sperimentazione su nastro, post-punk, industrial, dub e musica da club, anticipando sviluppi che sarebbero diventati centrali nella house e nella techno. Voce, bassista e presenza scenica del gruppo, Mallinder ha contribuito a dare una dimensione fisica e ritmica alle sue esplorazioni sonore. Dopo l’uscita di Watson, nei primi anni Ottanta, ha proseguito il percorso insieme a Kirk fino al 1994, trasferendosi poi in Australia. La sua attività è continuata fra dischi solisti, collaborazioni e progetti come Wrangler e Creep Show, questi ultimi insieme a John Grant, affiancando alla musica anche scrittura e ricerca accademica.
Pubblicato nel 1987, “Code” fotografa un passaggio decisivo: i Cabaret Voltaire conservavano l’inquietudine degli esordi, ma la incanalavano in strutture più accessibili e in un dialogo sempre più stretto con il dancefloor. Il passaggio alla Emi aveva consentito di ampliare le risorse dello studio Western Works e di coinvolgere Adrian Sherwood, produttore ammirato per il suo lavoro fra dub e sperimentazione. Ai sintetizzatori analogici si affiancavano nuove tecnologie digitali, aprendo possibilità inedite di manipolazione del suono. “Stavamo sviluppando quella dimensione elettronica da club, da dodici pollici, ma con le nuove tecnologie digitali che cominciavano a emergere e con un produttore dub di grande spessore che ammiravamo molto. Era questo il miscuglio da cui sarebbe nato il disco”, racconta Mallinder.
L’artista inglese ribadisce anche la sua insofferenza per le classificazioni. “Non abbiamo inventato noi quel termine. Ci è stato attribuito e, anche se non lo rifiutavamo, non era una nostra creazione”, spiega a proposito dell’industrial. “Eravamo inglesi del Nord che facevano musica in una città industriale e in qualche modo la esprimevano”. Ma la durezza era soltanto una componente del loro linguaggio: “Eravamo davvero appassionati di groove: era quello il punto”.
Dietro brani come “Don’t Argue”, “Here To Go” e “Sex, Money, Freaks” restava inoltre uno sguardo critico sul presente. I campionamenti, le voci deformate e i ritmi meccanici raccontavano un mondo attraversato da propaganda, repressione e trasformazioni economiche. “Code” era dunque pienamente immerso nel clima della Gran Bretagna “antagonista” dell’epoca, che si opponeva alle politiche liberiste di Margaret Thatcher: “Si parlava di denaro. Di avidità. Di ricchezza. Di persone che si concedevano ogni cosa”. Canzoni come “Sex, Money, Freaks”, aggiunge Mallinder, cercavano di intercettare “quel crescente senso di privilegio con cui conviviamo ancora oggi”. Anche l’origine dadaista del nome della band – ricorda ancora il musicista inglese nell’intervista a Far Out – rappresentava un richiamo a mantenere viva quella tensione: “Cercavamo ancora di provocare, mettere in discussione le cose e spingere le persone a porsi domande”. Senza tuttavia attribuire all’arte poteri salvifici: “Il Dada era un movimento artistico. Non governava e non fermava le guerre. A modo suo faceva rumore per attirare l’attenzione sulle cose”.
La riscoperta del disco passa ora dalla ristampa Mute, pubblicata il 9 ottobre in vinile marmorizzato a tiratura limitata e in digitale, con nuove note dedicate alla lavorazione e all’eredità dell’album. Il progetto comprende anche un’edizione deluxe triplo cd, con due dischi aggiuntivi di remix dell’epoca rimasterizzati e versioni inedite recuperate dagli archivi. “Era un disco che ci ha dato l’opportunità di entrare in contatto con altre persone. Per questo credo sia stato importante”, chiosa Mallinder.
Il Final Tour
Parallelamente, Mallinder e Watson stanno congedando il pubblico con “The Final Tour”, avviato nel 2025 nel cinquantenario del primo concerto della band. Dopo la scomparsa di Kirk nel 2021, i due co-fondatori hanno scelto di ripercorrere l’intero arco dei Cabaret Voltaire, senza prevedere nuove registrazioni sotto quel nome. Il calendario comprendeva la Roundhouse di Londra il 22 ottobre e si chiuderà il 25 ottobre all’Octagon di Sheffield, tornando nella città da cui tutto era cominciato.
Per un gruppo abituato a guardare avanti, confrontarsi con il proprio passato è un’esperienza insolita. “È interessante poter riunire tutto questo”, osserva Mallinder, “perché ha permesso a me e agli altri di avere una prospettiva su ciò che abbiamo fatto nell’arco di tutto quel tempo, anziché una semplice istantanea di un momento preciso”.
Aggiungi OndaRock alle tue Fonti preferite su Google Discover. Non perderti le nostre recensioni, le pietre miliari e le ultime news direttamente nel tuo feed.