Arcana

Inner Pale Sun

2003 (Cold Meat Industry) | gothic

Tra gli innumerevoli “figli illegittimi” degli immensi Dead Can Dance, gli svedesi Arcana di Peter Pettersson (arrangiatore, strumentista e cantante) sono indubbiamente da includere nel novero dei più dotati e raffinati rappresentanti di quel sound che sposa atmosfere gotiche, suggestioni medievali e lieder di austera e neoclassica bellezza. Va anche detto, però, che gran parte della loro fama è legata pressoché unicamente al loro memorabile esordio “The Dark Age of Reason”, datato 1993: da allora infatti, il progetto (che al fianco di Pettersson ha visto alternarsi varie cantanti, a partire da Ida Bengtsson fino alla odierna “heavenly voice” di Ann-Mari Thim, poco più che una comprimaria però, dato che Pettersson ormai è a tutti gli effetti l'unico performer) non ha mai più raggiunto vette degne di quel capolavoro, adagiandosi nel tempo più nella qualità formale, sempre impeccabile, delle loro produzioni (tra cui anche l'interessante side-project Sophia) piuttosto che in una rilettura davvero personale dell'enorme eredità lasciata da Perry e Gerrard.

Senza più la Bengtsson (ed è una perdita che si fa sentire fin troppo) a cesellare armonie vocali di rara suggestione, con questo nuovo “Inner Pale Sun”, Petterson cerca di rinverdire i fasti del loro esordio, quel sound magico e evocativo degno dei migliori Cocteau Twins e Dead Can Dance, semplificando però ulteriormente la forma, portando tutto in una dimensione ancor più timida e fragile del solito. Gli otto quadretti idilliaci di questo album però non hanno quasi mai la forza per volare alle altezze oniriche che ci si aspetterebbe, accontentandosi invece di scorrere con tranquillità ed eleganza nelle loro delicate e, come si conviene, formalmente perfette armonie. A un ascolto distratto il disco risulta sicuramente incantevole, eseguito e confezionato senza la minima sbavatura, a tratti — leggi: raramente — ispirato e magico come ai bei tempi. Ma l'impressione è quella di un compitino eseguito con precisione da primo della classe, senza neppure un briciolo dell'ispirazione che sorreggeva l'opera di riferimento, ormai irrimediabilmente lontana tanto nel tempo quanto nei risultati.

Così alla fine, pur tra momenti di innegabile suggestione (specie nel singolo “We Rise Above” e in “Innocent Child”) e il prevedibile saliscendi di atmosfere ora eteree e sognanti, ora cupamente “gotiche”, il lavoro risulta al massimo diligentemente derivativo dei maestri del genere (e “Song of the dead sun” è null'altro che una stucchevole imitazione dei soliti Dead Can Dance), oltre che eccessivamente autoreferenziale. Ma Pettersson ha ormai il fiato troppo corto per poter pensare di superare indenne il confronto con il passato (anche e soprattutto il suo), e non bastano certo l'innegabile mestiere, le atmosfere sognanti e maestose, condite da un generale ridimensionamento delle ambizioni, a bilanciare la mancanza di vera ispirazione.

(25/10/2006)

  • Tracklist
  1. My Cold Sea
  2. Lovelorn
  3. Icons
  4. We Rise Above
  5. Innocent Child
  6. Song Of The Dead Sun
  7. Season Of Thought
  8. Closure
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