Lycia

Tripping Back Into The Broken Days

2003 (Projekt) | ambient-gothic

Sono passati quattro anni dall'ultimo album del progetto Lycia, avviato nel lontano 1989 dal chitarrista Mike Van Portfleet e titolare ad oggi di almeno due capolavori assoluti ("A Day In The Stark Corner" del 1993 e "Cold" del 1997). Il percorso di questo artista schivo ed enigmatico, riparte esattamente da dove si era fermato, ovvero da un mix raffinato di psichedelia sinfonica e rock "gotico" nel miglior senso del termine (per intenderci qualcosa a metà tra i Dead Can Dance e i Pink Floyd del periodo '68-'72), dominato da tastiere maestose, da cadenze lente e funeree e dal contrasto tra la voce minacciosa di Van Portfleet e quella limpida ed eterea di Tara Vanflower.

Va detto subito che, trattandosi di un disco dei Lycia e di un prodotto dell'etichetta Projekt (fondata da Sam Rosenthal, mente dei meravigliosi Black Tape For A Blue Girl), anche questo lavoro è, almeno formalmente, ineccepibile: la ricercatezza degli arrangiamenti, il lavoro di produzione che esalta ogni minimo dettaglio, le atmosfere decadenti e sontuose, tutto è messo al servizio della ricerca verso il maggior coinvolgimento emotivo possibile. Ma va anche detto che rispetto ai capolavori degli anni novanta, con i quali Lycia si è imposto come una delle esperienze fondamentali di tutta la storia della musica gotica, oggi ci troviamo con un disco che si accontenta di vivere di rendita sugli ormai consolidati stereotipi del progetto, senza avere più granché da comunicare.

Van Portfleet è migliorato ancora di più come produttore, ma come compositore mostra una certa involuzione, peraltro già visibile nel precedente "Estrella". Rispetto a quest'ultimo comunque il risultato è migliore, se non altro perché Lycia ritrova i suoi due comprimari storici, ovvero il bassista John Fair e l'eccezionale tastierista Dave Galas, che aveva abbandonato il progetto all'indomani di "Cold" e che riesce a mascherare in parte la crisi d'ispirazione del leader.

Già dal titolo è evidente come l'intenzione di Van Portfleet sia quella di ripercorrere a ritroso le tappe del suo intenso e tormentato itinerario, che dalle tenebre senza fondo e senza uscita dei primi due/tre dischi si è evoluto gradualmente aprendosi a spiragli di luce e di speranza, fino ad approdare alla solenne e rassegnata malinconia di "Cold".

L'ispirazione però non è più quella dei bei tempi e le iniziali "Broken Days" e "It's Ok To Be Small", pur innalzandosi subito ai consueti livelli del "Lycia-sound" (stratificato, imponente, di purezza e bellezza cristallina), non aggiungono nulla al repertorio maggiore. "Give Up The Ghost", con il canto di Tara Vanflower che si libra in un volo metafisico e la chitarra di Mike ad accompagnarla con i suoi rintocchi che sembrano provenire da distanze lontanissime, e "Gray December Desert Day", che richiama alla mente gli apici espressivi di "Cold", sono in assoluto i migliori brani del disco. Tutti gli altri si evolvono nelle loro lunghe e lente processioni senza mai veramente spiccare il volo, fluttuando con calma sui soliti panorami sonori immensi e desolati, cosa che è sufficiente comunque per affascinare, in certi casi anche profondamente, l'ascoltatore.

Disco che conferma Lycia e la Projekt Records come il faro di tutta la scena "dark-gothic-ethereal" degli ultimi anni, allo stesso modo in cui lo fu la leggendaria 4AD negli anni Ottanta, "Tripping Back Into The Broken Days" è consigliabile soprattutto a chi volesse avvicinarsi per la prima volta a questo artista pressoché unico nell'attuale panorama rock. Ma i capolavori dei Lycia sono ben altri.

(28/10/2006)

  • Tracklist

1 Broken Days
2 It's Okay To Be Small
3 The Last Winter
4 Asleep In The River
5 Fades Down Far
6 Give Up The Ghost
7 Vacant Winter Day
8 GrayDecemberDesertDay
9 Blue Heron
10 Halfway Between Here And There
11 Cat & Dog
12 Pale Blue Prevails

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