Todd Rundgren

Liars

2004 (Sanctuary) | pop-rock

The wizard, the Producer, is back. Todd Rundgren è il pop americano, un artista globale, capace appena diciassettenne di farsi largo nel frastagliato universo garage psichedelico degli anni 60 coi Nazz, di sfornare autentici capolavori melodici come solista all'inizio dei 70 ("Something/Anything?", "A Wizard, A True Star") e nel contempo di lanciarsi nel più sfrenato "hard prog" sotto la sigla Utopia. Tutto questo, concedendosi nel frattempo il lusso di produrre una serie sterminata di album degli artisti più disparati. Qualche nome? Meat Loaf, XTC, Daryl Hall & John Oates, Patti Smith, Sparks, Cheap Trick, Janis Joplin, Psychedelic Furs, New York Dolls, Tubes, Alice Cooper, Lords Of The New Church…! Ebbene, a 56 anni il mostruoso polistrumentista di Philadelphia decide di tentare nuovamente l'impresa del "self made album", dopo che gli riuscì con "Something/Anything?"(se si eccettua quella che fu la quarta facciata del doppio vinile, nella quale fece irruzione un numero cospicuo di musicisti). "Liars" nasce col medesimo intento: quello di rileggere in chiave solitaria, nel chiuso dei dorati studi alle Isole Hawaii, buona parte dell'immaginario pop, americano e non : progetto assai ambizioso ma perfettamente in linea con la filosofia di un musicista le cui opere sono da sempre monumentali, a prescindere dai loro esiti.

Sono trascorsi più di trent'anni dal suo capolavoro e nel frattempo Rundgren ha passato in rassegna ogni altra possibile forma d'esplorazione melodica, che è purtroppo progressivamente scivolata nell'anonima convenzionalità dei suoi lavori più recenti. Con il nuovo disco qualcosa è cambiato, e lo si coglie costatando lo sciolto galoppare proprio del cavallo di razza alle prese con ariose scorribande fra i sentieri del soft rock, genere del quale Todd è uno dei maestri indiscussi.
Cedendo alle suggestioni di un raffinato soul bianco, ammantandosi di una malinconica nostalgia psych-pop, immergendosi nelle acque iper-tecnologiche dissimulate in dance ballad di classe, quando non cimentandosi in spigolosità goth-rock (non ci credete? Provate ad ascoltarvi "Mammon"!), il Produttore riesce ancora a elargirci inconfondibili gemme del suo immenso talento.

"Liars" è anche un album di denuncia dell'ipocrisia di un mondo che fa della falsità il suo vessillo, nella politica, nel costume, in amore, ma persino nell'arte, e qui Rundgren chiama in causa anche sé stesso: il "The truth is not here" dell'iniziale "Truth" segna la tappa di partenza di un viaggio policromatico fra le menzogne, nella faticosa e niente affatto scontata ricerca di scampoli di piccole grandi verità, appunto. Il linguaggio sonoro di questa canzone è quello lieve delle elettro malinconìe crepuscolari dei Pet Shop Boys, ma viene riletto brandendo fieramente grimaldelli melodici di sofferte vibrazioni canore, di quelle per intenderci che solcano i baratri che separano un cantante normale da un fuoriclasse.

Ciò che fa guadagnare punti a questo disco non è tanto la sua originalità, che non è questione nemmeno volutamente sfiorata, quanto la maestria nell'amalgamare pochi e basilari ingredienti, messi insieme non già per confondere il palato con gusti forti, quanto piuttosto per assecondarlo e sedurlo con quanto di più familiare vi possa essere; la qualità della materia prima in questi casi è decisiva, e Rundgren dimostra di saperlo bene, maramaldeggiando con cori dall'estetica Motown su basi ruffianamente "chill out" senza per questo smarrire la misura ("Flaw"), quindi rileggendo gli XTC attraverso la sua stessa creatura "Skylarking" (in "Stood Up"), oppure lambendo un rarefatto drum'n bass d'ascolto nella disincantata "Future", un vero gioiello di preghiera, colma di malinconia ("Where's the better world that was declared /At the 1964 World's Fair?...The Future is now").

Non mancano lenti classicheggianti di inarrivabile pathos, "Past", in cui un soul adamantino raggiunge sfumature concesse solo a pochi cantanti bianchi (Daryl Hall, David Bowie, Gino Vannelli, Roland Orzabal), e nemmeno mezzi tempo elettronici dal sapore Tears For Fears ("Sweet"... "the truth is... sweet!"), così come armonie blues lisergiche che trasmutano in tributi gospel, "Soul Brother", che inizia come se fosse un brano dei Doors, sporcandosi però di black music strada facendo.

Insomma, stiamo maneggiando un album "pericoloso" nella sua apparente ortodossìa, e proprio per questo motivo chiudiamo con un'avvertenza rivolta anche e soprattutto ai musicofili più smaliziati: se pensate di poter dedicare a "Liars" solo pochi ascolti per farvene un'idea precisa, bene, sappiate che vi troverete davanti oltre 70 minuti di musica complessa, tanto complessa da apparire leggera. E se prenderete un abbaglio, guai a voi, bugiardi.

(12/12/2006)

  • Tracklist
  1. Truth
  2. Sweet
  3. Happy Anniversary
  4. Soul Brother
  5. Stood Up
  6. Mammon
  7. Future
  8. Past
  9. Wondering
  10. Flaw
  11. Afterlife
  12. Living
  13. God Said
  14. Liar
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