Jasun Martz

The Pillory / The Battle

2005 (Under the Asphalt) | modern classical, symphonic-prog, electronic, ambient

Polistrumentista appassionato di sintetizzatori e diavolerie elettroniche varie, scultore e produttore, Jasun Martz è uno dei segreti meglio custoditi della musica americana degli ultimi tre decenni.

Esordiva nel 1978 con la sinfonia progressiva “The Pillory”, dopo aver seguito Frank Zappa in tour (era il programmatore del sintetizzatore modulare della Emu Systems, suonato da Eddie Jobson). Negli anni Ottanta, diventa, tra le altre cose, collaboratore di Michael Jackson e della Far East Family Band. Dopo aver sperimentato sonorità più marcatamente rock col progetto The Sin Circle, nel 2005 approda alla realizzazione del colossale “The Pillory/The Battle”, suo capolavoro.

L’ispirazione gli arrivava da un periodo di riflessione in Ecuador: ritiratosi sul Cotopaxi, il più alto vulcano attivo del mondo, Jasun ebbe una sorta di rivelazione e pensò immediatamente a un nuovo lavoro. Proiettando la teoria evoluzionistica di Darwin in un lontanissimo futuro (con i continenti che hanno ripreso a riavvicinarsi, causando fortissime tensioni tra gli abitanti degli stessi), le due ore e ventotto di questo doppio disco sintetizzano un vastissimo raggio di stili e generi musicali. Se la presenza della Intercontinental Philarmonic Orchestra e del Royal Intercontinental Choir possono far immediatamente pensare a una dimensione meramente sinfonica, in realtà l’operazione compiuta dal musicista di stanza a New York è molto più complessa e, in fondo, radicale. Ognuno dei 115 musicisti coinvolti, infatti, aveva in precedenza inviato le proprie registrazioni. Successivamente, in una dimensione di assoluta libertà “interpretativa” ed “espositiva”, Jasun (qui alle prese con tastiere, sintetizzatori, noise generator, percussioni, batteria, basso, fiati, voce e field recording) andava a manipolare, servendosi della tecnologia digitale a 24-bit, migliaia di file musicali, creando l’opera così come la conosciamo.

Inscritta, dunque, nel filone delle grandi realizzazioni musicali in bilico tra avanguardia, rock e classica contemporanea, “The Pillory/The Battle”, dedicata non a caso a Frank Zappa (oltre che allo stesso Darwin e ad Allan Kurtzman), è un eccellente esempio di "musica totale". Suddivisa in sette movimenti, l’opera muove da sinistri fondali post-atomici, con tanto di sirene (sì, certo: Edgar Varèse…) che sembrano chiamare a raccolta il popolo per la battaglia.
Dapprima rarefatto e amorfo, poi sempre più minaccioso, si dipana un sinfonismo tetro e inquietante. Fantasmi vocali, rombi minacciosi, aurore dissonanti: la musica trasporta un carico di simboli che confluiscono uno dentro l’altro, fino a smarrirsi, nuovamente, in un girone infernale dove trionfa la desolazione. Più dinamico e intricato, il secondo movimento si divide tra punte di assoluta grandiosità in stile kolossal, oasi di calma apparente, vertiginose smerigliature armoniche, vagabondaggi cameristici circa Art Zoyd, contrappunti marziali zehul-style, fino al coro metafisico di donne e spettri logori che, sul finire, getta uno sguardo disperato nella tetra oscurità della notte.

La progressione sonora evidenzia la volontà di accostarsi gradualmente a quella sintesi assoluta che è la ragione ultima della ricerca musicale di Martz. Una sintesi che, in questi venticinque anni, ha avuto modo di perfezionarsi. Non desta stupore, quindi, il sound più solido, in bilico tra world-music orientaleggiante (Shalabi Effect?) e certo jazz-rock degli anni Settanta che incontriamo nel terzo movimento. Mentre il violino (sostenuto dalla chitarra elettrica) strizza l’occhio alle fulgide evoluzioni di Jean-Luc Ponty e la batteria incede poderosa, il sintetizzatore si lancia in un solo spigoloso che sembra rimestare barlumi di “King Kong”: e il cerchio si chiude, insomma…

Aprendosi, va da sé, verso nuove, innumerevoli sfumature, il cui momento di massima esaltazione creativa sarà rappresentato dallo sterminato ultimo movimento. Ma andiamo per ordine, perché prima bisogna prima fare i conti con l’apoteosi cacofonica del terzo movimento, dove una una delirante improvvisazione free-jazz fa il paio con i disorientanti affreschi della Mnemonists Orchestra. Un caos sanguinolento che si disintegra in un paesaggio livido dove i tonfi e i rintocchi metallici spulciano tra le tenebre con estremo smarrimento.

Lo stesso smarrimento che ritroviamo tra i soundscape indefiniti del quarto, col mellotron che s’allunga come una bruma intimidatoria, prima che l’organo elevi il suo severo requiem, destinato a dissolversi nel crepuscolarismo siderale in perpetuo divenire del sesto pannello. Senza soluzione di continuità, nonostante la cesura “fisica” tra il primo e il secondo cd, l’ultimo, mastodontico (circa 74 minuti!) movimento è una grandiosa odissea sonora. Sottotitolato “Industrial/ Noise/ Ambient” (così come gli altri erano, via via, segnalati come “Soundscapes/ Choir/ Mellotron”, “Contemporary Classical/ Orchestral”, “Tribal/ Progressive” etc.), quest’ultimo movimento procede da un sommesso fondale orchestrale dentro oscure risacche galattiche, in un gioco di specchi continuo tra il pittoricismo minaccioso dei Tangerine Dream e le disumane imponenze di Kevin Braheny.

La massa sonora viene, dunque, travolta da una caotica tempesta di asteroidi, assalita da fragorose farneticazioni post-industriali, divelta da cacofoniche mareggiate di field recording, fino a lanciarsi nel turbine di un sequencer osteggiato da una miriade di dissonanze e feedback. Ciò che resta è una tenue melodia, appena accennata, perché anch’essa destinata a immergersi nella spirale misteriosa dell’organo a canne, tra le sue ragnatele esoteriche, in quei suoi enigmatici meandri dove la perlustrazione sempre più esoterica del buio finisce per lambire le asfissianti tonalità della dark-ambient. Sembra, insomma, di seguire in presa diretta una dissoluzione graduale, nonostante l’apoteosi di un nuovo disastro rumorista. Qualche voce (avete presente la Fursaxa di “Kobold Moon”?) o qualche violino mostrano ancora segni di vita. L’orchestra si ridesta. Poi, tutto si placa su una nota cupissima. 

Monumentale e ambizioso, mai, comunque, ermetico, “The Pillory/The Battle” è un'opera che necessita di dedizione perché innumerveoli sono i sentieri che addita. Non a caso, la sensazione è ancora quella di un disco destinato, col tempo, a rilasciare altri segreti.

(05/03/2010)

  • Tracklist
CD 1

1. Battle 1
2. Battle 2
3. Battle 3
4. Battle 4
5. Battle 5
6. Battle 6

Cd 2

7. Battle 7
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