Toby Driver

In The L.. L.. Library Loft

2005 (Tzadik) | avanguardia

“In The L..L..Library Loft”, pubblicato nel 2005 dalla Tzadik, progetto pensato, “concretato” nella semioscurità e frutto di variegati e visionari influssi musicali, è il debutto solista di Toby Driver, leader polistrumentista di Kayo Dot, Maudlin Of The Well e co-fondatore del progetto Tartar Lamb.
In questo cupo e irrequieto cammino rivelatore, ossessivo e affascinante, Driver è assistito da un ristretto e deciso stuolo di collaboratori (molti dei quali reclutati proprio dalle band di cui sopra), che interpretano e ne assecondano le direttive e i dinamismi, i complessi contrappunti e i contrasti chiaroscurali. Facendo convergere respiri diversi tra metodo e improvvisazione musicale, il musicista newyorkese finisce per gestire, così, una policromia lirica impressionante.

Dei quattro lunghi brani che compongono l’album, “Kandu vs. Corky (Horrorca)” inaugura in un maestoso tema percussivo, che ciclicamente tesse una trama persuasiva e torbida, gradualmente integrata da solenni panneggi jazz-orchestrali che scalano colline di trepidazione, strizzando l’occhio alla Carla Bley di “Escalator Over The Hill”. E’ una insalubre visione di interiorità desolate, accartocciate su se stesse, prossime all’incenerimento. Maree emozionali che, dal di dentro, cercano spiragli, una luce “impossibile” alla fine del tunnel. Come dei Cluster “ciechi” che sorvolano, dis-velandole, claustrofobiche lande, cimiteri di una civiltà collassata lungo i marciapiedi di una smisurata ghost-town, fino alla crudele, sconvolgente deflagrazione, che incendia, per reiterazioni tentennanti, le sterpaglie del cuore, mentre una lancinante recita-urlo, deformata come dal peso di una condanna, vomita l’energia fin qui dissimulata, assurgendo a tragedia collettiva, catastrofe trascendentale e lambendo vette di disperazione/ferocia inaudita.
Un delirio raccapricciante. Un’auto-flagellazione che ha i crismi dello s-terminio, dell’attraversamento dolorosissimo del confine tra umano e divino. Carne e sangue: il teatro dell’atrocità. La musica non cambia le cose: ne mostra soltanto la fuggevolezza, il brivido dello svanire. L’accadimento sibillino. Magnifico.

“The Lugubrious Library Loft” è prolungamento illusorio che abilmente raggela il cerimoniale, ribadendone la tensione e macerandosi in una supplica. Criptica e malignamente surreale, la musica di Toby Driver dialoga con le tenebre, protraendo una perlustrazione turbata, straniata/straniante, abbinando sapientemente strumenti da camera, residui di nevrosi free-rock e smarrite allucinazioni afasiche (Mia Matsumiya), saturando il perimetro in un torbido, emozionante diluvio sonico fatto di devozionali forme astratte. Forme che rincorrono un’armonia fatta di sussulti e sconquassi elettrici, capace di irretire le fiamme dell’inconscio, bloccandone i guizzi in un vuoto intaccato da respiri agonizzanti, sussurri scolpiti nel vento...

“Brown Light Upon Us” viene, invece, dal nulla, annunciandosi a malapena nel buio, come un mendicante claudicante che non ha più niente da chiedere, se non uno sguardo compassionevole. Strisciando come un verme, la musica entra, dunque, nel cuore delle sue intenzioni con un lungo brano (diciotto minuti scarsi), finemente concepito e indagato. E ciò che emerge è un’intimità-incubo inquietante: un estraneo e palpitante organismo di pece che vive sotto pelle, come un mostro cui, nonostante tutto, siamo costretti a dare nutrimento. Lucido e gotico, cova in sé un sinistro rituale che monta magmatico e austero in una penombra dove echi e sussulti sono menzogne di fumo, e le grida, lontane e inabissate tra i fondali della psiche, intrecciano sghembe pulsazioni di panico atavico, tinte sublimi di mondi ancora ignoti. I colpi sordi e regolari della batteria come plumbei tonfi cardiaci, risacche di silenzio che, smerigliandosi in pozzanghere tetre, infieriscono su corpi musicali sfiniti.
Questa “luce marrone”, questa bruma avvelenata di miserie tramortisce col suo equilibrismo funereo, tra ricognizioni ambient-isolazioniste, voragini di oblio eterno e fields recordings rigurgitati, a dislocare e storcere prospettive, come l’ultima visione prima della fine, l’ultima lacrima intrisa di terra, che sulla terra finisce per disgregare il suo fardello di pena…

“Eptaceros” rappresenta infine la spettrale dipartita di una velenosa avvenenza espressionista, che incede “perturbabile” e ordisce e intesse, con sottile perfidia, sinistri, filiformi loop sinusoidali, aperture di effetti, esalanti riverberi di corde e schiusure drones. La voce dell’interprete, stregato e avvinto, si mostra, dunque, tra forme enigmatiche e crepe di luce, mentre scala in verticale cuspidi di suono, in un drammatico e struggente dissidio di respiro e metallo, in cui fruscii icastici circolano sgomenti tra le ance “esasperate” del primo Evan Parker e il drastico primitivismo degli Nmperign.
E’ il canto dell’addio, mesto e sinistro. Un cerimoniale ipnotico, una danza di spettri sotto un cielo di stelle vagabonde.

Tra incanto e sconforto, questo capolavoro sa come mostrare il “magico” in un fremito d’inquietudine, lo splendore nel torbido svelarsi di una natura misteriosa. Oltre questa musica, non c’è più niente. Solo un fibrillare di segni che invitano a restare in ascolto. Stupiti.

(15/09/2008)

  • Tracklist
  1. Kandu vs. Corky (Horrorca)
  2. The Lugubrious Library Loft
  3. Brown Light Upon Us
  4. Eptaceros
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