Kayo Dot

Blue Lambency Downward

2008 (Hydra Head) | chamber-rock, post-metal

Non credo di aver mai utilizzato l'epiteto di genio in una recensione (forse ero lì lì per farlo con Steven R. Smith, ma alla fine mi son trattenuto). E non lo farò questa volta nel caso di Toby Driver, la cui preoccupazione principale pure sembra quella di persuaderne il mondo intero, della sua genialità. La volta scorsa mi aveva quasi convinto - parlo di "Dowsing Anemone With Copper Tongue", non della robaccia a nome Tartar Lamb, che ho incluso in playlist annuale avendola sentita mezza volta e se avessi sentito mezza volta in più mi sarei risparmiato - e proprio per questo lo attendevo al varco per il nuovo album dei suoi Kayo Dot.

Eccolo qua, "Blue Lambency Downward". Ascolto uno: non ho mai sentito niente del genere. La chitarra morricon-floydiana di "Symmetrical Arizona" fa venire il diabete, ma l'ipotesi "è un genio" prende piede. Ascolto due: ehi, però non ci capisco niente di sto disco. Ascolti tre, quattro: continuo a non capirci niente.
Così concludo che "Blue Lambency Downward" fa insindacabilmente schifo e il termine "genio" lo scomoderò per qualcun altro.

Un passo indietro. È universalmente noto che ci sono due tipi di canzoni: le canzoni e i miracoli. Le canzoni le smonto - chitarra basso batteria melodia armonia, accordi maggiori minori, diminuiti settime undicesime proprio a fare i difficili - ricollego ogni parte alle sensazioni evocate e là, tutto quadra, come sono stato bravo, dovevo fare il semiologo non il matematico. I miracoli li smonto uguale (ci può voler di più o di meno, non è la complicazione a fare la differenza), ma manca sempre qualche pezzo. "Il risultato supera la somma delle parti" e per quanto possa andare avanti a scomporre e dissezionare non c'è apparentemente niente da fare.
Però le canzoni (canzoni?) di "Blue Lambency Downward" sono di un terzo tipo. Queste le smonti, le rimonti e resti sempre con un pezzo in mano. Non come coi mobili dell'Ikea, che rimani con una vite che non sai proprio dove andrebbe messa eppure dev'essercene bisogno per forza perché altrimenti il divano non sta in piedi. No, qui avanza una quantità smisuarata di bulloni, vitarelle, assi perfino, eppure il tutto si regge.

O meglio non si regge, visto che di struttura portante o autoportante non se ne vede manco l'ombra e la roba inutile supera di gran lunga quella con un suo perché. La sensazione è simile a quella che ho avuto ieri alla Scala, ascoltando i recitativi di "1984" di Lorin Maazel: ok, creano atmosfera, sono stranianti, ma - parliamoci chiaro - sono anche sostanzialmente note a casaccio. E siccome, con tutto, Toby Driver non è Lorin Maazel, nel caso di "Blue Lambency Downward" molte delle note sono pure innecessarie - paradossale per un album così ostentatamente ispirato a quel celebre "una sola nota è meglio di due e nessuna è meglio di una" di Mark Hollis.

Esempi, mi dite, che di sparare a zero senza riferirsi a nulla di preciso son buoni tutti. Va bene: perché allora non cominciare dalla title track? Nove minuti di accordi/riverberi sostanzialmente acustici (con qualche picco distortapocalittico), dissonanze assortite, cantilene simil-Yorke e soprattutto un mare di pause e sospensioni. "Mare", non c'è parola più adatta, perché il pezzo è: 1) oceanico - ed è un bene; 2) annacquato - ed è un male, almeno per me.
Oppure: "Right Hand Is The One I Want". Qua l'atmosfera è più briosa ma l'estetica resta quella: "Suono note fuori da ogni verosimile tonalità, così sono dissonante ovvero avant ovvero intelligente, poi ci metto una caterva di silenzi così sono doppiamente intelligente e pure profondo". Che poi oddio, "brioso" si fa per dire: c'è il clarinetto e un qualche genere di xilofono e tanto basta ad attenuare un po' la cappa di torpore incancrenito, ma nonostante gli espliciti riferimenti zappiani non c'è nulla di ironico o festante - di certo non è quello il problema, comunque.

"The Sow Submits" sembra un pezzo degli Henry Cow - quasi ok, beh insomma un po' ci somiglia - e infatti mi piace. Ha dalla sua di durare quattro minuti (fatto non irrilevante) e di continuare a variare, tra archi fiati vortici vari e batteria - boh - jazz? E poi sta chitarra violentissima, bassissima, ma trasfigurata, non sono manco le sferzate lancinanti dei Neurosis, è più un clangore smussato, che dà il suo meglio in "The Awkward Wind Wheel". Questo è un altro gran bell'episodio di "Blue Lambency Downward", e per una volta si può davvero dire "canzone": Toby Driver azzarda una melodia anche piuttosto concitata, ci sono momenti di apertura armonica e, sul finale - udite udite! - anche un ritmo sensato.

Chiudo. Immagino non vi siate fatti un'idea di come quest'album suona. Ascoltatelo. Io stesso mi dico bah, non funziona, eppure continuo a risentirlo. È che con gli album difficili il difficile è stabilire quanta della difficoltà stia nei limiti dell'album, e quanta in quelli dell'ascoltatore. Io do la colpa all'album (questione di autostima), ma segretamente spero sia almeno un po' colpa mia e che prima o poi "Blue Lambency Downward" finisca per convincermi. Magari a qualcuno di voi piace al primo colpo.
Ah, ovviamente il voto là sotto non ha alcun valore.

(07/05/2008)

  • Tracklist
  1. Blue Lambency Downward
  2. Clelia Walking
  3. Right Hand Is The One I Want
  4. The Sow Submits
  5. The Awkward Wind Wheel
  6. Symmetrical Arizona
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