Immaginiamo per un attimo di tornare indietro tipo di venticinque anni, riavvolgere il nastro, pardon, cancellare la cronologia e svuotare la cache, per riprovare lo stupore avvertito dopo aver ascoltato band come, giusto per citare quelli più “insani e sfuggenti”, i Black Dice. Cerchiamo per un attimo di ricordare quell’istante, quella meraviglia mista a disorientamento. E poi mettiamo sul piatto “Make A Mess”, opera prima dei MasMas, collettivo capitolino formato dai polistrumentisti e compositori e molte altre cose Simone Alessandrini, Mauro Remiddi e Simone Pappalardo, e tentiamo di lasciare intatta quella reminiscenza, di farla riemergere lentamente. I più giovani si sentiranno certamente spiazzati, non conoscendo magari i Black Dice o comunque quei mondi sotterranei, ma i più attempat(ell)i drizzeranno le antenne e con buona probabilità riconosceranno quella sensazione, quel gancio irresistibile.
“Make A Mess” è, infatti, un disco che lega elettronica analogica e digitale, canzone, improvvisazione e sound art per raccontare la necessità di “fare casino” come atto creativo e vitale, stando proprio alle parole del trio. Un gruppo aperto a ogni esperienza sonora possibile, che si muove senza coordinate, fluttuando nello spazio musicale sovvertendo le regole della fisica e della mera composizione. Gli strumenti convivono, non a caso, con oggetti, macchine autocostruite e registrazioni di campo, mentre la voce si intreccia a rumorismi di sorta e il sassofono verte in frequenza o dissonanza.
Il titolo – nato da un episodio domestico, quando la figlia di Remiddi rovesciò i giochi esclamando “Let’s make a mess!” – è di conseguenza un manifesto filosofico prima che strettamente sonoro, nel quale il disordine diventa apertura mentale e apre le percezione uditiva a un oceano di possibilità. Caos più o meno organizzato, quindi. O più che altro decomposto, maltrattato con goliardia e altrove con estrema chirurgia, per otto brani che si snodano l’uno dietro l’altro evacuando i timpani con fare disinibito ma allo stesso momento con sincero pathos.
E’ un’alchimia che trova la sua ragion d’essere nello studio romano di Pappalardo, nel quartiere Alessandrino, un luogo disordinatissimo e bellissimo in cui la musica prende forma come in un laboratorio, tra strumenti autocostruiti, registrazioni in presa diretta e manipolazioni analogiche e digitali. E ancora voci, rumori di fondo di strade martoriate dalla quotidianità, bambini che corrono e gocce di pioggia che entrano dai microfoni aperti: nelle otto composizioni di “Make A Mess”, tutto entra a far parte di un copione unico nel suo genere, tra una distorsione che abbraccia una melodia e un sassofono stuprato che gode come un riccio mentre una voce angelica sussurra poesie o lampi di vita vera.
“Make A Mess” è il meraviglioso esempio di come tre musicisti provenienti da percorsi diversi possano decidere di svincolarsi dai propri recinti per librarsi in cielo come aquile apparentemente impazzite: Simone Alessandrini, sassofonista e compositore, proviene dal jazz e dalla musica d’autore, mentre Mauro Remiddi, voce e chitarra, è noto a livello internazionale per il progetto Porcelain Raft, così come Simone Pappalardo, artista elettroacustico e docente di sound design, è ampiamente famoso per la capacità innata di realizzare strumenti e dispositivi analogici e digitali. Un trio inconciliabile sulla carta, eppure abilissimo nel dar vita a un’opera che mescola tribalismi art pop, sound collage, improvvisazioni elettroacustiche e chi più ne ha più ne metta, senza però mai risultare autocompiacente o fuori direzione.
Non è un caso, d’altronde, che i MasMas abbiano sonorizzato il film “Controfigura” di Rä di Martino al Museo Macro e collaborato con la performer Silvia Calderoni per “Moonbird”, presentato alla Triennale di Milano, al Mattatoio di Roma, al PhEST di Monopoli, al Vive le Cinema Festival di Lecce e ad Avvistamenti a Bisceglie. I tre hanno partecipato anche alla colonna sonora del documentario “L’Avamposto” di Edoardo Morabito, presentato alla Biennale di Venezia durante la Giornata degli Autori. Non solo: i MasMas hanno creato un laboratorio permanente nel quartiere Alessandrino, dove registrano e sperimentano nuovi linguaggi sonori. Da qui nasceranno nei prossimi mesi pure laboratori di costruzione di strumenti e improvvisazione in collaborazione con Nuova Consonanza e il CIP Alessandrino, con l’obiettivo di creare una piccola “orchestra di quartiere”.
Sono intersezioni ed esperienze che hanno posto implicitamente le fondamenta di un album davvero singolare, in cui incontrare gli ologrammi di DM Stith o di Tyondai Braxton non sarà un sogno per degenerati dalla scena sperimentale transatlantica di tempi ormai lontanissimi, ma un miraggio all’occorrenza da custodire e strapazzare.
07/06/2026