Alcuni dischi cercano di raccontare una storia, altri invece costruiscono uno spazio mentale nel quale smarrirsi. “The Isle Of Skye”, il nuovo lavoro degli Infinity Ring, non assomiglia tanto a una raccolta di canzoni quanto a un lento attraversamento dove vagare. Un pellegrinaggio dentro un paesaggio che sembra esistere contemporaneamente in più epoche: una brughiera scozzese avvolta nella nebbia, una cattedrale abbandonata e un giardino edenico infestato dai propri fantasmi. Tutto appare familiare eppure leggermente fuori asse, come un sogno che continua a cambiare forma appena provi a metterlo a fuoco.
Gli Infinity Ring utilizzano il linguaggio del neofolk come una struttura rituale sulla quale innestare qualcosa di più inquieto. Le chitarre acustiche non cercano conforto. Le melodie non offrono rifugio. Ogni accordo sembra aprire una nuova stanza all’interno di un labirinto. Le composizioni procedono come corridoi che si biforcano continuamente. Un arpeggio minimale introduce la scena, poi arrivano gli archi. Prima come una presenza discreta, quasi invisibile, poi sempre più invasiva. A volte accarezzano le canzoni con una malinconia cameristica, mentre in altre occasioni si deformano in dissonanze nervose che ricordano il rumore del vento contro una finestra durante una tempesta.
È qui che “The Isle Of Skye” trova la propria identità: nella tensione costante tra bellezza e minaccia.
La voce profonda e cavernosa di Cameron Moretti suona come una guida stanca che conosce ogni svolta del percorso ma continua comunque a dubitare dell’uscita. Ci sono momenti in cui ricorda il magnetismo sepolcrale di Nick Cave, altri in cui assume la postura liturgica di certo folk apocalittico alla Current 93. Suonano come Death in June assimilati dai Neurosis.
La vera sorpresa arriva nella gestione delle dinamiche. Le canzoni crescono lentamente fino a raggiungere picchi emotivi dei grandi crescendo post-rock. Come se gli Swans di “To Be Kind” (2014) fossero stati privati dell’elettricità e costretti a esprimere la propria ossessione attraverso archi.
“The Isle Of Skye” tratta l’oscurità non come destinazione ma come passaggio. Il disco parla di isolamento, di perdita, di identità frantumate e di mondi interiori senza traccia di compiacimento nel dolore. Ogni tensione sembra spingere verso una possibile liberazione, come se il mostro nascosto al centro del labirinto non fosse qualcosa da combattere, ma qualcosa da riconoscere.
E quando il viaggio si conclude, non si ha la sensazione di aver assistito a una tragedia, ma a una profonda trasformazione.
19/07/2026