Diciannovesimo album per la band dei Telescopes, creatura di Stephen Lawrie che ha ormai disinnescato le pulsioni shoegaze e noise a favore di un rock psichedelico oscuro e narcotico. La carica statica (“Static Charge”) evocata dal titolo del progetto è in realtà la principale protagonista di un disco che, rispetto al controverso precedente “Halo Moon”, offre una spina dorsale più solida grazie all’apporto della band, che ha registrato l’intero progetto live in studio.
La catartica messa nera psych dei Telescopes offre sempre più richiami al blues e al gospel, e prova ancora una volta a catturare la furente energia delle loro esibizioni dal vivo. Il risultato è però un minimalismo fin troppo lineare: un’indolenza ipnotica che fluttua in un limbo astratto, incapace di assestare il colpo di grazia all’ascoltatore. Sette mantra per una liturgia che non riesce a raccogliere nuovi adepti.
I motivi d’apprezzamento non mancano. Le oscure dissonanze alla Jesus & Mary Chain di “White Noise” sono polverose e cupe al punto giusto, ma l’album prosegue tra incertezze (“28 Grams”) e cadute di tono (“Revolutionary Blues”e la superflua “I Dream Of Fever ). Queste ultime vengono per fortuna stemperate dalla decadenza spirituale e fuori tono di “Come Around”, e dal passo slowcore di “Still Nothing”.
Manca quel sussulto che possa reinserire i Telescopes nel giro che conta, anche se va dato atto a Stephen Lawrie di essere coerente e sufficientemente motivato. Il vero riscatto arriva solo nei quasi dieci minuti finali di “Desolation Grows”: una maestosa fiammata dark e malinconica che dimostra che, dopotutto, la scintilla non si è ancora spenta.
18/07/2026